My Beautiful Laundrette. Omaggio a Daniel Day Lewis

Il nostro cinegruppo è sempre molto attento e sensibile a ciò che succede nel mondo del cinema, ovviamente. E, dunque, tutti i componenti sono rimasti molto colpiti da una notizia di inizio estate che ha avuto grande eco nel mondo della celluloide: Daniel Day Lewis, raffinato e potente interprete di film memorabili, a 60 anni appena compiuti, decide di ritirarsi dalle scene, salutando Hollywood e milioni di fan.

E’ quindi partita subito la richiesta di omaggiare l’attore, scegliendo tra film da lui interpretati quello da discutere per l’incontro del mese di settembre del nostro gruppo di cinefili. E la scelta è caduta non su uno dei “filmoni” che tanto successo gli hanno dato, bensì su uno dei primi che hanno fatto sì che si puntasse su di lui l’attenzione di critica e pubblico: My beautiful laundrette, pellicola del 1985 diretta da Stephen Frears. Film considerato un cult, ma che pochi di noi avevano visto, al contrario di quasi tutti gli altri dell’attore, e per cui tutti nutrivamo una profonda curiosità.

Daniel Day Lewis, londinese, figlio del poeta Cecil Day Lewis e dell’attrice inglese Jill Balcon, debutta sul grande schermo a 14 anni in una piccola parte da delinquentello in Domenica, maledetta domenica (1971), poi un’altra piccola parte in Gandhi (1982) e nel 1985 la doppietta My beautiful laundrette e Camera con vista, con la quale dimostra di passare con grande versatilità dall’interpretare un balordo di periferia, omosessuale, in un rapporto d’amore interrazziale, ad uno spocchioso piccolo intellettuale edoardiano. Ci vogliono poi quattro anni per rivederlo ne L’insostenibile leggerezza dell’essere. Selezionare i ruoli è il suo imperativo

Ma nonostante la partecipazione a poche pellicole selezionate (meno di venti ruoli in trenta anni di attività, solo cinque dal 1997 ad oggi), diventa una delle principali star degli anni Ottanta e Novanta, caratterizzando la sua carriera per l’eclettismo dei suoi personaggi e per il ferreo metodo attoriale, che lo vede calarsi nel ruolo fino alla quasi totale immedesimazione con esso. E’ l’unico interprete nella storia del cinema ad aver vinto tre premi Oscar come miglior attore protagonista. Dopo la performance me Il mio piede sinistro di Jim Sheridan, nel 1989, che gli vale il primo Oscar (con il regista irlandese lavorerà anche in seguito in Nel nome del padre e The boxer), Daniel Day Lewis bissa il successo nel successivo L’ultimo dei Mohicani di Michael Mann (1992) e nelle due pellicole di Martin Scorsese L’età dell’innocenza e Gangs of New York (2002). Nel ruolo di Daniel Plainview ne Il petroliere di Paul Thomas Anderson (2007) vince il secondo Oscar; nel 2012 Steven Spielberg lo vuole per il ruolo di Abraham Lincoln nella pellicola omonima che gli vale la terza statuetta. Nella sua particolare carriera si segnala anche un lungo ritiro dalle scene, in cui l’attore sfugge dallo star system hollywoodiano e per un periodo svolge l’attività di apprendista calzolaio in una bottega di Firenze. Nel 2017 torna a recitare in un film di Paul Thomas Anderson, la cui uscita è prevista per la fine dell’anno. L’ultimo film, quindi, della sua carriera.

My beautiful laundrette ha suscitato la curiosità di visione da parte di tutti e di conseguenza si sono create grandi aspettative, che purtroppo nella maggior parte dei casi sono state poi, alla visione, totalmente disattese. La delusione, per diversi componenti del gruppo, è stata addirittura cocente. Ma la discussione è stata comunque davvero molto interessante perché i giudizi negativi sono stati ben ponderati e i giudizi positivi e di apprezzamento, che ci sono stati sebbene in minoranza, hanno, come spesso succede, aperto nuovi varchi e nuovi punti di vita e spunti di riflessione.

Un giovane pachistano, Omar, si prende cura del padre, ex giornalista e uomo di cultura pachistano caduto in disgrazia e alcolista, in un mini appartamento, dominato dal rumore dei treni. Prima di andare all’università secondo la volontà del padre, Omar comincia a lavorare con lo zio, pachistano di successo in varie attività, molte delle quali poco oneste. E’ subito chiara la sua volontà di emergere e fare soldi. Presto riceve in gestione una vecchia lavanderia dismessa, che rimetterà in ordine con l’aiuto di Johnny, suo vecchio compagno di classe e punk neo-nazista che briga sempre con un gruppetto di fascisti da marciapiede, accecati dall’odio razziale ma anche dalla propria emarginazione. Il loro rapporto è (o meglio, poteva essere, secondo alcuni) uno studio psicologico molto fine: Johnny, bianco e inglese, decide di rigare dritto e uscire dalla vita di teppista di strada frustrato e razzista, diventando dipendente del suo vecchio compagno pachistano Omar con cui ha anche un rapporto omossessuale (che fosse vero amore o solo sesso è stato un altro degli argomenti di discussione). Riescono comunque a rimettere in sesto la lavanderia in modo brillante e a rilevare anche la gestione di altre lavanderie vicine.

Il film, ricordiamo, è del 1985 ed è stato scritto dallo scrittore pachistano, nato in Gran Bretagna, Hanif Kureishi, che non ha mai esitato a toccare temi tabù per la sua stessa comunità, e diretto dall’inglese Stephen Frears, che affida a belle tonalità di colori smorzati, la descrizione dello squallore di certi ambienti e comportamenti.

Delusione, dicevamo: c’è chi si è molto annoiato e ha faticato tantissimo a seguirlo, chi si è addirittura addormentato, chi ha gioito alla parola fine sullo schermo, chi non ha proprio capito la fine, chi lo ha trovato datato, “un film che non regge il tempo”, chi lo ha trovato superficiale e poco incisivo nel mettere a fuoco i molteplici temi trattati, per diversi di noi solo sfiorati, mai approfonditi e mai spiegati: integrazione, razzismo, soldi contro cultura, malaffare, omosessualità. Chi ha trovato inspiegabile l’estremo realismo associato a momenti surreali (i sortilegi da parte della moglie all’amante dello zio pachistano, gli strani personaggi della lavanderia…), chi si è confuso sui personaggi, chi non ha capito se tra i due ragazzi ci fosse amore, sesso o cosa e c’è chi ha pensato che il tema dell’omosessualità fosse stato messo lì senza un perché, visto che i due non si dichiarano mai, nessuno capisce la loro relazione, forse neanche loro. In verità, su questo punto c’è stata una curiosa sottolineatura: lo zio a un certo punto li coglie in un momento un po’ ambiguo, ma non ha nessuna reazione. Per qualcuno la non reazione deriva dal fatto che l’idea di una eventuale relazione omosessuale non è nemmeno minimamente concepita, per qualcun altro perché invece è talmente concepita e data per scontata che non richiede nessuna reazione. Interessante distinguo.

Chi lo ha apprezzato ha messo in campo scintille di riflessione. Una nostra cinefila ha spiegato che ci sono film che raccontano una bella storia e ci sono film che invece raccontano un’atmosfera; My beautiful laundrette fa parte di questa seconda categoria. E’ un film che, senza pretendere di spiegare e approfondire, ci dà l’immagine di Londra degli anni Ottanta, l’Inghilterra della Thatcher, un film che lascia intravedere e intuire senza dover per forza spiegare. E altri hanno concordato su questo. My beautiful laundrette è un buon film, praticamente un film d’epoca, quasi un film in costume e generazionale, da contestualizzare, come va contestualizzata ogni opera d’arte. Sì, certi temi forse potevano essere sviluppati meglio, ma rimangono comunque tematiche importanti, che volutamente, ha aggiunto un’altra cinefila, sono state toccate con leggerezza per non essere didascalici. La scarnificazione molto probabilmente è stata voluta dallo stesso Kureishi. Un film certo un po’ datato e “scolorito”, con tagli netti nel montaggio tali da non rendere fluida la storia che procede come a blocchi, ma che fotografa davvero quegli anni (fatta eccezione per la musica, che tutti avrebbero voluto più presente, essendo davvero un tratto distintivo degli anni Ottanta in Inghilterra) e mostra anche tra le righe le contraddizioni di una società multirazziale in embrione: il giovane pachistano sembra il bravo ragazzo e si dimostra un arrampicatore sociale, il giovane inglese parte delinquente e si dimostra poi dolce e fedele.

Le sfumature tra bene e male in un film e in ciò che il film racconta.

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And the Oscar goes to… La donna che canta

And the winner is: La donna che canta!

Candidato all’Oscar nel 2011 come miglior film in lingua straniera e prima consacrazione internazionale del cineasta canadese Denis Villeneuve, La Donna che Canta non ha poi ricevuto il premio dall’Academy di Los Angeles, ma sicuramente lo ha avuto dall’Academy di Pesaro del nostro cinegruppo, che compatto ed entusiasta, lo ha proclamato il più bel film discusso negli oltre due anni di vita del gruppo, e per alcuni anche uno dei più bei film visti in assoluto nella propria “carriera di cinefili”. Qualche appunto non è mancato, ma l’impatto emotivo che il film ha avuto su tutti è stato davvero unico.

La donna che canta (titolo originale: Incendies, molto più incisivo) è il quarto lungometraggio di Denis Villeneuve, già autore di Polytechnique, affresco cubista del massacro dell’École Polytechnique di Montreal, nonché regista di Prisoners, del recente Arrival e del rifacimento di Blade Runner, in uscita. E’ la trasposizione cinematografica di una pièce di Wajidi Mouawad (rappresentata anche in Italia). E’ un dramma (o un melodramma ai confini con la tragedia greca) familiare su cui pesa – insostenibile – la Storia (la guerra in Libano, 1975-1990). E’ un percorso a ritroso verso una verità terribile ma necessaria (ma anche su questa necessità si è discusso). Villeneuve accompagna i personaggi alla ricerca del passato che prende forma sotto gli occhi dello spettatore, sino alla devastante agnizione finale.

Il film si sviluppa su due linee temporali accostate da continui parallelismi e sovrapposizioni, originate dalla morte di una donna di nome Nawal e dallo strano testamento che lascia ai figli gemelli Jeanne e Simon. Siamo ai giorni nostri in Canada. Fratello e sorella scoprono dal testamento della madre che il padre che credevano morto è in realtà vivo e dell’esistenza di un fratello di cui non sapevano nulla. A loro devono consegnare due lettere. La madre, di origine mediorientale, ha vissuto una vita incredibile, tragica, di cui andranno alla scoperta e che noi conosceremo attraverso un viaggio parallelo, lei negli anni ’80 e la figlia al giorno d’oggi (che non casualmente è ricercatrice di matematica pura). Percorreranno i medesimi luoghi, le stesse strade, in un ciclo infinito che è quello della storia e della famiglia, di pietre e terre sempre uguali, illuminate dallo stesso sole, ma bagnate da sangue sempre nuovo. L’infanzia segna, qui addirittura marchia, in maniera talmente forte che, per dirla con la protagonista, “è un coltello piantato alla gola”. Ci vorrà una vita intera (e una volontà testamentaria) per cancellare la rabbia di un’infanzia di violenza e poter riposare in pace.

Il meccanismo è perfettamente calibrato, è orchestrato magistralmente, e lascia scoprire a poco a poco l’enorme tragicità del passato di Nawal, madre cristiana di un figlio musulmano che è costretta ad abbandonare, coinvolta nelle violenze via via più estreme che contrappongono musulmani a cristiani. Il vero epicentro della storia è Nawal, ma Simon e Jeanne sono molto più che ignari ricercatori di frammenti di storia della madre, sono parte attiva di un intreccio che si risolve nella sua piena drammaticità solo sul gran finale. Che ci ha visti, più o meno tutti, piangere, piangere, piangere.

Proprio un impatto emotivo senza uguali. Tanto che che nella discussione si è oscillato tra lo stare zitti, perché di fronte a un film così forse è meglio tacere e tenersi tutte le emozioni e le lacrime, e parlare, parlare, parlare, scandagliare, confrontarsi, condividere. Il titolo originale, Incendies, è più incisivo, si diceva, perché significa sia incendi che bagliori: dunque tutto il brutto e la distruzione e tutto il luminoso e la costruzione. L’odio più cieco e l’amore più grande. Qualcuno ha notato che il tema del doppio è sicuramente una costante nella filmografia di Villeneuve, come probabilmente il tema dell’infanzia difficile, dell’abbandono, anzi dello strappo quasi delle viscere tra madre e figli. E come la matematica: non c’è però nessuna “perfezione di funzioni matematiche”; ci sono sofferenza, sentimenti umani, persone, e c’è questa inesorabile disponibilità al male e all’inumanità che hanno gli esseri umani quando si sentono minacciati.

La donna che canta è un film che riesce mirabilmente a coniugare un ritmo matematico, con delle esplosioni, degli incendi di violenza, che arrivano quasi inevitabili, riuscendo ad emozionarci mentre ci lasciano impietriti. Come ad esempio in uno dei momenti più belli e terribili del film, una scena in cui un autobus viene fermato dai cristiani falangisti libanesi alla caccia di musulmani. Lì è la svolta: Nawal abbraccia l’odio, in una catena che però dovrà essere spezzata, dai suoi figli.

E lo sguardo sereno dei due fratelli quando consegnano le lettere per alcuni suggella il film, due fratelli nati dall’odio e votati all’amore e al perdono e alla comprensione, a compensare lo sguardo pieno di terrore e dolore della madre nella già citata scena dell’autobus e lo sguardo pieno di rabbia mista a innocenza del bambino rasato che apre il film.

Il regista è stato notato, descrive fatti crudeli con un tocco umanissimo, il rispetto per l’umanità violata si esprime attraverso l’assenza di qualsiasi dettaglio insistito e truculento, all’interno di una sceneggiatura complessa: l’espediente delle due lettere da consegnare è magistrale (poi qualche forzatura è stata sì notata). Il film è devastante ma costruisce e non distrugge, anche se non tutti hanno avuto questa sensazione, e il senso di distruzione li ha accompagnati anche dopo il finale e non hanno sentito tutta questa serenità di una catarsi, dove il bene e il male si ricompongono e si uniscono e 1+1 fa uno e non due.

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Rachel sta per sposarsi. Omaggio a Jonathan Demme.

Con la sensibilità che contraddistingue il nostro gruppo di cinefili, si è deciso insieme di omaggiare, per l’incontro di giugno, un grande regista che ci ha lasciato durante il mese di aprile: Jonathan Demme. Una sensibilità di pensiero che ancora una volta, sempre di più, si è rivelata nella discussione, mai così appassionata e calorosa, a tratti anche molto forte e potente.

Rachel sta per sposarsi è il film del grande cineasta che abbiamo visionato e discusso. Una pellicola di difficili, complicati, dolorosi, rapporti familiari. Un tema, dunque, nevralgico che ha toccato tutti e ha portato ognuno a tirare fuori qualcosa di sé e del proprio vissuto, con una passione e una partecipazione entusiasmante, anche se, sì, persino, in qualche momento, dolorosa. C’è chi ha pianto alla visione, chi si è arrabbiato, chi è riuscito ad astrarsi pur sentendo un grande afflato verso uno o l’altro dei componenti della famiglia, chi ha ragionato, chi si è sentito sfinito. E poi, nella serata di discussione, ognuno ha portato il frutto di queste emozioni, sensazioni e riflessioni, ognuno ha portato un importante contributo, ha notato particolari, ha dato un suo senso a momenti e scene del film. Scintille di pensieri che divampavano in fuochi, un pensiero ne portava un altro, ampliato e sfaccettato.

Questo è merito anche di una grande regia, che, con una scelta stilistica ben precisa, ci ha fatto entrare letteralmente nel film. Con tutti i pro e i contro del caso. In effetti parecchi di noi si sono sentiti a tratti, come si diceva, sfiniti, ed estenuati.

Jonathan Demme, scomparso ad aprile per un cancro all’esofago, ha avuto una lunga e variegata carriera, iniziata un po’ in sordina e poi esplosa con Il silenzio degli innocenti, del 1991, uno dei pochi film nella storia degli Oscar a vincere in tutte le categorie principali: miglior film, miglior regia, migliore sceneggiatura, migliore attore protagonista e migliore attrice protagonista. Due anni dopo, Philadelphia, ha portato nuovamente Demme agli Oscar, con un premio per Tom Hanks come miglior attore protagonista. Parallelamente alla carriera di regista di fiction Demme è stato documentarista firmando soprattutto, ma non solo (vedi The Agronomist) film musicali, su Neil Young, a cui era legato da amicizia e stima, Enzo Avitabile, Justin Timberlake, nonché proprio videoclip, per esempio per i Talking Heads. L’ultimo film della sua carriera è la commedia rock con Meryl Streep Dove eravamo rimasti.

Stile documentaristico e musica (e molto, molto altro) confluiscono in Rachel sta per sposarsi. Demme ha dichiarato di essere rimasto molto colpito dai film del movimento Dogma di Lars Von Trier e di essersi ispirato ad essi nella realizzazione di Rachel: dunque uso della camera a mano, immagine sgranata, alto grado di naturalezza e immediatezza e grande spazio all’improvvisazione degli attori, limitando al massimo le prove e soprattutto non pianificando in alcun modo i punti di inquadratura, dando l’impressione di avere a che fare con “il più bel filmino casalingo” mai realizzato. La troupe diviene famiglia, dentro una casa/set che spinge il cast a condividere per cinque giorni l’esperienza di vivere insieme. Con i musicisti, veri, che suonano incessantemente fuori in giardino, o al piano di sotto… Gli attori sono così liberati dal perfezionismo della sceneggiatura che è una esplosione di energia emozionale allo stato puro, scritta dalla figlia di Sidney Lumet, Jenny, insegnante e scrittrice di teatro di talento.

Kym (una splendida interpretazione di Anne Hathaway), tossicodipendente e molto problematica in rehab, torna a casa per il matrimonio della sorella Rachel, che sta per sposare Sidney, un musicista di colore che vanta amicizie in tutte le etnie del mondo, che sono equamente distribuite tra gli invitati/ospiti/organizzatori della cerimonia. Nozze decisamente fuori ogni schema e anti-convenzionali, che ricordano molto piacevolmente un bazaar multietnico e folkloristico dove si mescolano colori, aromi, stoffe, musica e danze provenienti da ogni parte del mondo. Il matrimonio tra Rachel e Sidney rappresenta, dunque, anche un matrimonio di usi e costumi, di etnie differenti che si uniscono.

Il padre e la nuova moglie la accolgono subito amorevolmente, la sorella pure ma subito affiorano vecchi problemi e incomprensioni. La madre la incontrerà successivamente… Il ritorno a casa di Kym fa da detonatore per i conflitti e per una grande tragedia irrisolta che, si intuisce, ha spezzato e disgregato la famiglia, ora in un fragile equilibrio. Una tragedia che viene svelata piano piano, fino ad una drammatica confessione durante una seduta di Kym in terapia di gruppo. La tossica, arrogante, accentratrice, bugiarda e spesso odiosa, ma tanto fragile e sofferente Kym è ritenuta (e si ritiene) responsabile della morte del fratellino, a lei affidato dalla madre mentre era in uno stato alterato. Ma è davvero lei la responsabile?

Mentre fervono i preparativi, tra scelta degli abiti delle damigelle, cena di prova, sedute di terapia di gruppo, incontri/scontri tra sorelle, padre e figlia, madre e figlia, scene più divertenti, scene di estenuante realismo (la cena preparatoria, i balli del matrimonio) e scene di un pathos e di una drammaticità che prendono il cuore, esplodono i drammi e si squarciano i veli, verso un finale non completamente definito e risolto ma, quasi per tutti, che in qualche modo ricompone il dramma e fa capire che una maggiore consapevolezza di sé e tranquillità riempie gli animi dei protagonisti. Forse, ogni cosa, in qualche modo, è tornata al suo posto.

Tantissima carne al fuoco, dunque, in questo film, che per qualcuno del gruppo è stato anche un difetto del film stesso. I piani nelle nostra discussione si sono continuamente intersecati tra il commento a un’opera cinematografica a commenti sentiti su storie di vita sentita. Ci siamo infervorati sulla vicinanza e le affinità verso uno piuttosto che un altro componente della famiglia. Kym ha suscitato fortissimi sentimenti sia di repulsione sia di compassione. Lo stesso vale per Rachel. C’è chi ha “parteggiato” per l’una, chi per l’altra. La madre, una donna “di gelo” (una grande Debra Winger)ha acceso gli animi e ci ha diviso: è sempre stata così anaffettiva o il suo atteggiamento freddo è solo dovuto al grave lutto, che non ha mai superato e sicuramente è l’unica della famiglia che non lo supererà mai, tenendo tutto trattenuto e compresso? Per alcuni è sempre stata anaffettiva, e così si spiegano i problemi di tossicodipendenza di Kym e gli accennati problemi col cibo di Rachel (che però è la figlia “brava”), per altri invece è resa così dallo shock. Kym e la madre, per qualche nostro cinefilo, sono solo una madre e una figlia traumatizzate che hanno reagito in modo diverso. La scena discussione tra loro due, una vera e propria resa dei conti, ha colpito al cuore tutti per il climax ascendente che ha spiazzato, come ha notato un nostro cinefilo: il regista ci ha narrato un personaggio che sembrava non potesse esplodere e invece nello scontro con la figlia ha raggiunto un pathos sconvolgente.

Una figlia, Kym, che in questo ritorno a casa, per alcuni, non cercava altro che l’incontro con la madre, il suo perdono e, anzi, la richiesta urgente di essere liberata dal peso insopportabile che ha sempre portato: la responsabilità della morte del fratellino. Perché la madre lo ha affidato a lei pur sapendo che non era lucida, ma sotto l’effetto di alcool e sostanze stupefacenti? Purtroppo però una riconciliazione tra loro sembra proprio che non ci potrà mai essere, non è possibile.

C’è poi chi ha provato grande empatia con il padre, incessantemente attento a Kym e portatore su di sè di un senso di mediazione per tutti i conflitti familiari. Qualcuno ha sentito proprio la sua fatica e il suo affanno, nel voler mettere sempre tutto a posto; emblematica e metaforica la scena della lavastoviglie: lui è quello che mette ordine e pulisce.

C’è chi ha apprezzato invece solo la parte “etnica”, il funerale multirazziale, le musiche, i colori, le danze, mentre per qualcun altro è stato la parte più sfibrante e noiosa, sebbene interessante musicalmente.

Tutti hanno amato il finale, dimostrando di aver percepito anche le piccole sfumature e i piccoli gesti, gli sguardi, i sorrisi… il senso di colpa si alleggerisce e se ne va come la lanterna sull’acqua, il piccolo saltello di Rachel, quando Kym torna al rehab coscientemente e in qualche modo cambiata, e se ne va verso i musicisti, che continuano a suonare.

Sostanzialmente, un film in cui si parla tanto d’amore, un amore tangibile sotto i drammi, i problemi, le crisi, le incomprensioni. E chiosiamo con l’amore, così come lo citano gli sposi nelle promesse di matrimonio che si scambiano: «La misura di una vita bella non è data da quanto tu sia amato, ma da quanto amore sei riuscito a dare».

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Good night, and good luck

Quello che sto per dire a molti non piacerà. Quando il discorso sarà terminato alcune persone potranno accusare questo reporter di sputare nel piatto in cui mangia. E la vostra organizzazione potrà essere accusata di aver dato ospitalità a delle idee eretiche e addirittura pericolose. Ma la struttura articolata di network, agenzie di pubblicità e sponsor non subirà scossoni, né sarà alterata. È mio desiderio e mio dovere parlare a tutti voi apertamente di ciò che sta accadendo alla radio e alla televisione, e se quello che dico è irresponsabile, allora io solo sono da ritenere responsabile. La nostra storia sarà quella che noi vogliamo che sia. E se fra cinquanta, o cento anni degli storici vedranno le registrazioni settimanali di tutti e tre i nostri network, si ritroveranno di fronte a immagini in bianco e nero o a colori, prova della decadenza, della vacuità e dell’isolamento dalla realtà del mondo in cui viviamo. Al momento attuale siamo tutti grassi, benestanti, compiaciuti e compiacenti. C’è un’allergia insita in noi alle notizie spiacevoli o disturbanti, e i nostri mass media riflettono questa tendenza. Ma se non decidiamo di scrollarci di dosso l’abbondanza e non riconosciamo che la televisione soprattutto viene utilizzata per distrarci, ingannarci, divertirci, isolarci, chi la finanzia, chi la guarda e chi ci lavora si renderà conto di questa realtà quando ormai sarà troppo tardi per rimediare.

Questo è il discorso, tenuto nel 1958, dal giornalista televisivo della Cbs Edward R. Murrow a un gruppo di colleghi. Ed è l’inizio, nonché il nocciolo, il nucleo e il senso, del film oggetto di discussione dell’incontro di maggio del nostro cinegruppo: Good night, and good luck, pellicola del 2005 diretta da George Clooney (che non ha bisogno di presentazioni), qui alla sua seconda regia. Il film è stato presentato alla Mostra del cinema di Venezia, dove ha riscosso molto successo e ha ricevuto il premio Osella per la migliore sceneggiatura (George Clooney e Grant Heslov) e la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile (indubbiamente meritata, secondo il giudizio unanime di tutti) a David Strathairn, nel ruolo appunto di Ed Murrow. Incisivo, perfetto, con la sua sigaretta in mano e un’oratoria catalizzatrice.

Come è stato evidenziato, l’attore/regista/e tanto altro ancora George Clooney, figlio di giornalista, dirige un film di impegno politico e allo stesso tempo un omaggio al lavoro del padre, ai suoi stessi studi e alla sua volontà di sostenere certe idee e certi valori. L’argomento scelto è di quelli delicati, spesso dibattuti: le prime battaglie del giornalismo televisivo, agli inizi degli anni Cinquanta, durante l’epoca della famigerata “caccia alle streghe” voluta dal senatore Joseph Mccarthy, presidente della “Commissione per le attività antiamericane” e responsabile delle cosiddette liste nere contenenti i nomi dei simpatizzanti comunisti. Per estensione, l’argomento è di quelli sempre attualissimi sul ruolo dell’informazione e della televisione.

Il film si basa sulla storia vera del giornalista Edward Murrow che, nel 1953, mentre la televisione sta iniziando a imporsi all’attenzione del pubblico, conduce sulla CBS il notiziario “See it now” (che conclude sempre con la frase Buonanotte, e buona fortuna, da cui il titolo del film) e il talk show “Person to Person”, di grande successo. Edward si sente però più a suo agio nei panni del cronista e si appassiona al caso di un pilota della marina militare cacciato dall’esercito perché considerato a rischio per la sicurezza nazionale e poi dichiarato colpevole senza alcun processo. Murrow divulga la notizia facendo entrare in scena lo stesso senatore McCarthy e, con un potente gioco di squadra di tutta la redazione (tutti i ruoli sono rilevanti; tutti sono impavidi e collaborano con entusiasmo; Clooney da regista si è ritagliato una parte marginale, il ruolo del produttore del programma), con coraggio e determinazione porta avanti la sua battaglia, avendo alla fine in qualche modo ragione sul senatore, pur pagando qualche prezzo lavorativo.

George Clooney, per mettere in scena questi contenuti, si dimostra particolarmente attento all’aspetto visivo e sceglie una forma molto sofisticata, con un bianco e nero di grande effetto, perfettamente in linea con la trovata alla base del film di fare interagire la finzione con la realtà. Il senatore Joseph McCarthy è infatti interpretato dal vero Joseph McCarthy, attraverso spezzoni di filmati d’epoca. Il film, girato tutto in interni, è giocato prevalentemente sul contrasto (a distanza) tra lui e il giornalista, portatore di un punto di vista coraggioso sul ruolo del cronista, attuale allora come oggi, cioè colui che dovrebbe informare il pubblico senza i vincoli di condizionamenti politici ed economici.

Chi scrive, pensava che gli aggettivi “elegante”, “raffinato”, “sofisticato”, “rigoroso”, “asciutto”, “sobrio”, nonché, semplicemente ed essenzialmente, “bello” sarebbero stati usati e abusati da tutti i componenti del gruppo nel parlare di questo film. Invece no. Cioè, tutti abbiamo riconosciuto il rigore e l’eleganza dello stile che ha dato credibilità, e continuità, alla narrazione, sempre coerente, fluida in tutti i suoi elementi, dalle concitate riunioni di redazione, alle immagini di repertorio, agli intermezzi cantati. Tutti abbiamo ragionato sul contenuto, fatto paralleli con l’informazione di oggi, ognuno ha posto l’accento su qualcosa, eppure sostanzialmente nessuno si è sperticato in aggettivi esaltanti né ha mostrato troppo entusiasmo.

Due nostre cinefile lo hanno proprio bocciato. Una ha fatto fatica a seguirlo, ha trovato pesanti tutti i monologhi del giornalista (dubbio: colpa del doppiaggio?) e ha provato fastidio di fronte a questo film cosi ben confezionato, tanto infarcito di bontà e beltà da non lasciare niente, solo noia. Un’altra lo ha trovato banale, soprattutto nel suo impianto: cappello iniziale, svolgimento con la storia del caso giornalistico, più il capro espiatorio suicida, più la storia d’amore nascosta, epilogo finale. Inoltre, ha osservato, e non è stata la sola, che George Clooney ha fatto un film troppo politically correct, troppo perfetto, troppo preciso e in linea con un percorso studiato per costruirsi un certo tipo di carriera: l’attore/regista impegnato e progressista che mira lontano.

Più o meno tutti gli altri componenti del gruppo hanno trovato il film interessante per l’argomento trattato, ma poco incisivo, per qualcuno piatto, statico, ricco sì di elementi perfetti che però non hanno lasciato molto, neanche la curiosità di saperne un po’ di più sul maccartismo, che tanto ha impregnato un pezzo di storia americana.

C’è stato anche chi lo ha apprezzato, però. Per aver messo in evidenza un tipo di giornalismo raffinato e combattivo, e soprattutto di inchiesta, lontano dall’urlato e dalla rissa voluta e cercata dei nostri giorni. C’è chi ha sentimentalmente pensato a ricordi di famiglia, apprezzando il ritmo di questo tipo di film americani, con attori stratosferici che è un piacere ascoltare e notando che una volta la Tv era l’unico mezzo per portare la verità a conoscenza di tutti (vedi i processi di McCarthy), mentre, con una brutta involuzione, ora porta solo menzogna. E già negli anni ’50 le menti illuminate come il giornalista Murrow avevano intuito, in una televisione appena nata, i pericoli a cui si sarebbe potuto andare incontro (e che si sono verificati). Infatti, ha aggiunto, un’altra nostra cinefila, questo film non parla in buona sostanza del maccartismo, ma più che altro lo prende a pretesto per fare luce su un certo tipo di giornalismo e di televisione. Murrow (a cui è dedicata una targa negli studi della CBS con la dedica: “ha raggiunto vertici che rimangono insuperati”), ha avuto il coraggio di mettersi in gioco, supportato da una squadra fantastica. Ecco, alla nostra partecipante è piaciuto molto l’accento posto sul gioco di squadra, su un affiatamento umano senza il quale non sarebbe stato possibile raggiungere quel risultato.

Esattamente di parere contrario a questo un’altra nostra cinefila, che, puntando la sua attenzione sul suicidio del giornalista conduttore di un altro programma dell’emittente, ha percepito la poca umanità dell’ambiente giornalistico, e quindi quanto poco senso di squadra ci fosse al di là del fine nobile che tutti perseguivano.

Proprio come il film, apriamo e chiudiamo questo resoconto con le parole di Murrow, che per tutti, aldilà dell’opinione sulla pellicola, sono pregnanti e importanti:

Elogiamo l’importanza delle idee e dell’informazione… Questo strumento può insegnare e illuminare, può anche essere fonte di ispirazione, ma potrà esserlo solo se l’essere umano deciderà di usarlo per questi scopi, altrimenti non è che un ammasso di fili elettrici in una scatola.

 

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Buon secondo compleanno, cinegruppo! Una promessa mantenuta, con LA SPOSA PROMESSA

Di bene in meglio. Gli incontri mensili del nostro cinegruppo sono ogni volta più intensi, articolati, ricchi di spunti e di opinioni differenti, e proprio per questo frizzanti e stimolanti. Non potevamo festeggiare meglio il compleanno del gruppo cinema della Biblioteca San Giovanni; la discussione del film designato è stata davvero la ciliegina sulla torta del nostro compleanno: due anni volati con piacere, come vola con gusto la migliore delle pellicole.

Quale film ci ha stimolato così tanto? Il bellissimo La sposa promessa, israeliano, anno 2012, scritto e diretto dalla regista Rama Burshtein, qui al suo esordio. Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, la sua interprete, Hadas Yaron, ha vinto la Coppa Volpi come migliore attrice protagonista. La pellicola, inoltre, è stata anche selezionata per l’Oscar al miglior film straniero. Non è il primo film israeliano in odore di Oscar, ma sicuramente il primo che racconta dall’interno uno spaccato di vita di una famiglia ebrea ultra ortodossa della comunità chassidica di Tel Aviv. Nata a New York e trasferitasi in Israele, la regista Rama Burshtein appartiene infatti a questa comunità: una comunità in cui, racconta, “viviamo pacificamente accanto ai nostri vicini laici. Noi non interferiamo nelle loro vite, e loro non interferiscono nelle nostre”.

Shira ha 18 anni, è figlia di un rabbino della comunità Chassidim e sorella minore della bellissima e adorata Esther, che attende un figlio dall’altrettanto bel marito Yochai. Sposarsi è l’obiettivo più importante per una donna, nella comunità (ma, è stato notato dai nostri cinefili, è altrettanto importante per un uomo trovare una moglie). Shira non conosce il futuro coniuge: sua madre glielo mostra a distanza, al supermercato. Alla ragazza piace ed è felice, eccitata ed entusiasta. Purtroppo però, tutto si blocca: durante la festività ebraica del Purim, Esther ha un malore e muore dopo il parto. Yochai resta dunque solo con il bambino, di cui si occupano con amore anche Shira e la sua famiglia, e viene invitato a risposarsi presto. La prospettiva che possa andarsene con il nipotino in Belgio, dove ha una nuova moglie promessa, spinge la madre di Shira a proporre alla figlia di sposare il cognato. Da qui il travaglio della ragazza: deve esaudire o meno il fervido desiderio della madre e della famiglia? Dopo colloqui con Yocahi, con i genitori, con il rabbino capo (tutte le vicende della comunità, nascite, matrimoni, morti, vedovanze, fino all’acquisto di un bene come un forno, vengono sottoposte all’autorità per eccellenza, il rabbino capo appunto), dopo tormentati pensieri e ripensamenti, Shira decide di sposare Yocahi e il film si chiude proprio con il loro matrimonio e l’inizio del loro primo momento di intimità. Sul finale ci torneremo, perché per tutti è davvero bellissimo ed emozionante, anche se il tipo di emozione non è stato uguale per tutti, anzi, ha suscitato sentimenti decisamente agli antipodi.

Il film è piaciuto a tutti, e anche parecchio, poi qualcuno lo ha amato totalmente vedendolo, appunto, come un film d’amore e c’è chi invece è rimasto disturbato e irritato, se non spaventato, ma sempre molto interessato per il mondo che ci fa conoscere. Un mondo chiuso (anche come spazi: è quasi tutto girato all’interno delle case) di forte religiosità, il mondo di una comunità regolata da riti e precetti, il cui rispetto formale è inteso in tutto e per tutto come sostanziale, e dove le gerarchie sono ferree.

All’interno di questa rigidità, una libertà personale è possibile? L’individuo può comunque esprimere se stesso? Secondo alcuni nostri cinefili sì. La scelta di Shira sembra imposta, ma in realtà il suo parere viene sempre ascoltato, lei è una ragazza sveglia, istruita e comunque indipendente e alla fine la sua è una scelta del cuore e d’amore. La scelta di una giovane ragazza che si affaccia alla vita e che in fondo è sempre stata interessata a questo affascinante cognato (il fatto che sia tanto bello forse è un preciso segnale, una precisa scelta registica). Una delle scene più intense è stata giudicata una conversazione che ha con Yocahi, in cui si percepisce quasi la sua paura di non essere corrisposta, cosi come si percepisce, nel finale, la sua paura di ragazza giovane e inesperta di fronte a un uomo più grande. Per questi motivi le nostre cinefile hanno considerato La Sposa promessa un film pieno di grazia e di poesia. Una storia d’amore universale e di amore della comunità, che non sopprime i caratteri e i desideri. Un film sulla libertà e suoi limiti della stessa. Un film di folgorante bellezza.

All’opposto, c’è chi non ha visto affatto amore in questa scelta, ma solo imposizione e costrizione. Ed è rimasto infastidito da tutta questa ortodossia, questa chiusura, questa rigidità. Tra l’altro in netto contrasto con le scelte estetiche registiche, i colori, lo sfumato. Per una nostra cinefila la regista non ha proprio centrato l’obiettivo: voleva raccontare dall’interno una realtà che vive ogni giorno, ma in realtà ha edulcorato e falsato il tutto, con la troppa bellezza e l’esagerato senso estetico. C’è chi ha visto la sottomissione della donna e c’è chi addirittura ha patito molto nel finale, non riuscendo proprio a vedere nessun sentimento di gioia mista a imbarazzo della giovane ragazza, ma solo paura, vera paura, quasi terrore, e sensazione di essere stata messa all’angolo, al muro. Un finale quasi da film dell’orrore, per pesantezza emotiva.

Qualcun altro ha invece sottolineato che, non essendo un film di denuncia, le scelte estetiche forse “edulcoranti” ci stanno e un’altra cinefila ha aggiunto che in un film la parte estetica è importante:i colori, i visi, i primi piani, le espressioni che raccontano il dialogo. Qualcuno ha citato ad esempio di superba scelta stilistica la scena della circoncisione, bellissima, ripresa dall’alto, accompagnata da una musica altrettanto potente e iconica.
Che si può capire l’irritazione per le regole ferree religiose, ma il film è stato geniale e delicatissimo nel farci entrare in una situazione e in una realtà ai più sconosciuta. C’è chi non ha visto la sottomissione della donna, ma anzi la sua supremazia (vedi la forza della madre). Se l’obiettivo è sposarsi, lo è altrettanto per l’uomo. Le costrizioni, eventualmente, riguardano tanto l’uomo quanto la donna. Il titolo originale del film è Fill The void (riempi il vuoto): per una nostra cinefila il vuoto è quello dell’uomo, che non può rimanere solo. Sul titolo originale sono stati spesi molti e molti altri pensieri. E’ il vuoto lasciato dalla sorella morta? E’ dunque il vuoto della morte? O è il vuoto d’amore?

Ecco, tanti interrogativi e altrettanti tentativi di risposta: per questo, per un’altra nostra cinefila, la regista ha invece centrato appieno il suo obiettivo: seminare dei dubbi per un confronto. E noi, infatti, tanto abbiamo parlato e tanto ci siamo confrontati. Imposizione e costrizione della religione e di un modo di vita, individuo e collettività, libertà e i suoi limiti, comunità che opprime e comunità che allevia le pene abbracciandoti e accogliendoti sempre in ogni situazione, lontananza e vicinanza di culture, senso di appartenenza che ti fa annullare e essere remissivo, senso di appartenenza che ti rende più forte.

Chiudiamo con due potenti citazioni dal film, che tanto hanno colpito e sono rimaste in mente.

“L’Onnipresente vi conforti tra chi è in lutto a Sion e a Gerulasemme, e che non dobbiate conoscere più il dolore.”

“Beato colui che in tutta la sua vita dice una parola di verità al Signore.”

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Cosa ho fatto io per meritare questo

Cosa ha fatto il cinegruppo per meritarsi questo? Si è chiesta sostanzialmente una nostra cinefila, aprendo l’incontro di marzo del nostro gruppo. Con una battuta, che chi scrive si permette di fare, entriamo nel vivo della discussione, parafrasando il titolo del film scelto tra i quattro proposti del regista spagnolo Pedro Almodòvar (ogni tanto ci diamo alle monografie, o per attore, o per regista): Cosa ho fatto io per meritare questo? Chiaramente, alla nostra partecipante la pellicola non è piaciuta affatto, tanto da considerarla la più brutta vista e discussa nei due anni di vita del nostro gruppo, nonché la più brutta da lei vista negli ultimi anni. Un inzio col botto. E anche inaspettato.

Tutti, infatti, avevano accolto con entusiasmo l’idea di mettere sotto la lente della nostra attenzione un regista amato come Pedro Almòdovar. Questo film aveva poi vinto alla votazione con parecchie preferenze: più o meno tutti erano curiosi di vederlo, essendo uno dei primi del cineasta e non proprio il più noto. Ci si aspettava che tutti lo amassero. Ci si aspettava di divertirsi molto durante la visione. Nessuna delle due cose è successa così fortemente per tutti. E per fortuna, diciamo. Perché così le nostre serate sono sempre sorprendenti, variegate, ricche di considerazioni e spunti di riflessione. Perché, se alla nostra partecipante, e anche a qualcun altro, il film non è affatto piaciuto, c’è invece chi lo ha molto apprezzato e ha colto in nuce tutte le caratteristiche meravigliose che sono esplose poi negli anni, durante la lunga carriera del regista spagnolo, che ha raccontato la vita in tutte le sue sfumature, in tutte le sue assurdità, con provocazione e corrosività, rendendo difficile scindere il tragico e il comico, con sceneggiature originali, ritmiche e piene di invenzioni, divertite, divertenti, grottesche e feroci. E piene di umanità. E con una “famiglia di attori”, più che con un cast.

Cosa ho fatto io per meritare questo? è il quarto lungometraggio, datato 1984, del geniale (sì, è indiscutibilmente geniale, con una ricca filmografia composta di film che rasentano il capolavoro e alcuni, ovviamente, più in sottotono) Pedro Almodòvar. Protagonista: Carmen Maura (che negli anni Ottanta è stata unica e autentica musa del regista) che interpreta Gloria, una casalinga che vive con marito, due figli e la nonna (mamma del marito) in un casermone alla periferia di Madrid, in un piccolo a angusto appartamento/loculo. Una vita squallida tra soldi che non bastano mai, un marito assente e gretto, due figli quasi adolescenti di cui uno spacciatore e l’altro che intrattiene rapporti omosessuali con i padri dei suoi amici. Per sbarcare il lunario lei fa le pulizie anche in altre case. Alla storia principale si intersecano altre sottotracce. Come ha osservato una nostra cinefila, è come se nel film ci fossero tante altri film, tante altre sceneggiature pronte per essere sviluppate. Nello stesso stabile vivono, tra gli altri, due donne: una prostituta sognatrice e una madre acida e terribile, che odia la figlioletta con poteri telecinetici. Ci sono poi le storie di una coppia di pseudointellettuali scrittori da cui Gloria va a servizio e una cantante tedesca di cui il marito di Gloria è stato innamorato quando abitava in Germania.

Spazi claustrofobici, situazioni iperboliche, personaggi/maschera, miseria e tristezza, oppressione e maschilismo, situazioni grottesche che solo in rari momenti strappano il sorriso. Per questo e altro la nostra cinefila ha bocciato il film, con un’altra nostra partecipante completamente d’accordo. Secondo loro un film che non dà niente se non bruttezza, nessun appiglio positivo, niente di buono, solo tristezza disarmante e desolazione, nessuna umanità, niente di emozionante. Un po’ di luce solo nel rapporto nonna/nipote e nella figura della prostituta sognante. E nessuna voglia di ridere per situazioni che, anche se proposte in tono grottesco, nella realtà farebbero solo male al cuore. Come la visione dei ragazzini.

Il figlio (età non definita, ma poco più che decenne) omosessuale sta, tra l’indifferenza della famiglia, per non dire approvazione, con i padri degli amici e a metà film viene affidato con naturalezza dalla madre, per avere una bocca in meno da sfamare, “alle cure” del dentista pedofilo. La figlia della vicina viene maltrattata dalla madre arcigna e insoddisfatta. Per le due nostre partecipanti questo è inconcepibile anche se trasfigurato nel grottesco, anche se lo mette in scena Almodòvar. Anche qualcun altro, pur apprezzando il film, ha fatto fatica a reggere queste situazioni e si è chiesto se sia lecito scherzare su questi argomenti. La scena del dentista pedofilo è in effetti surreale/grottesca, e provocatoria, ma per alcuni inaccettabile comunque, per altri invece una giusta denuncia sociale fatta in modo non noioso, ma anzi folcloristico e chiassoso (certamente non comico): il regista non legittima la pedofilia, materia lancinante e drammatica, la sta semplicemente raccontando. C’è, esiste, soprattutto in certe realtà. E va affrontata. Se si considera che questo film è uno dei primi del regista, se si considera che è stato fatto poco dopo la fine della dittatura di Franco, secondo il nostro cinefilo, non ci si può che inchinare. Almodòvar, facendo emergere, proprio in quegli anni, il substrato della società spagnola, fa una chiara denuncia, cioè una presa d’atto, e contribuisce alla modernizzazione della Spagna.

Dunque il film è stato anche molto apprezzato, considerato un film di sperimentazione, con mille spunti interessantissimi e tipiche “genialate” almodovariane: molto amata l’idea del marito di Gloria che sa copiare le scritture di tutti; il ramarro raccolto da nonna e nipote testimone di tutto e per un nostro cinefilo simbolo del male e del brutto; la metafora della dittatura nascosta dietro il rapporto terribile tra madre e figlia (le vicine di casa). E il finale, per qualcuno davvero fantastico, con la dissolvenza dell’ultima sequenza, costruita su inquadrature di varia lunghezza, in cui il balcone dell’appartamento di Gloria (dal quale lei sicuramente averebbe voluto gettarsi) diviene man mano più piccolo, risucchiato infine dall’alienante quartiere della periferia di Madrid (voluto da Franco nel periodo del boom economico degli anni Sessanta), dove, come ha notato una nostra partecipante, dietro ogni finestra ti immagini un mondo tremendo. E, per un filo di speranza, il ritorno a casa del figlio piccolo lasciato al dentista, che per qualcuno non è altro che lui, Pedro Almodòvar.

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La donna del tenente francese. Passione ieri e oggi

Il cinegruppo ha aperto il 2017 con una bellissima e interessante discussione, tanto bella, interessante e articolata (e anche divertente) che, lo diciamo subito, è impossibile da riportare e riassumere. Ci limiteremo a darne qualche spunto e invitiamo alla visione del film. I nostri cinefili che non lo avevano apprezzato, anzi che si erano profondamente annoiati durante la visione, se ne sono andati con la voglia matta di rivederlo alla luce di quanto detto.

dtf-copertinaMa di che film stiamo parlando? Ecco la risposta: La donna del tenente francese, scelto tra una rosa di melodrammatici/sentimentali, come suggerito da un volume che in biblioteca usiamo molto: Melò di Maurizio Porro, edito da Electa. Una fonte importante, che fa parte di una serie di volumi che esplorano i vari generi cinematografici, cosa che il cinegruppo sta facendo.

La regia della pellicola (del 1981) è firmata da Karel Reisz mentre la sceneggiatura è di un mostro sacro: Harold Pinter, che ha vinto il David di Donatello 1982 per la miglior sceneggiatura straniera. Protagonisti: Jeremy Irons e Meryl Streep, che si è aggiudicata il Golden Globe come migliore interprete di un film drammatico ed è stata candidata all’Oscar 1982 (una delle sue innumerevoli candidature) come migliore attrice protagonista. Le altre nomination del film: sceneggiatura non originale, scenografia, costumi e montaggio.

La donna del tenente francese è tratto dall’omonimo libro del 1956 di John Fowles, considerato sia un capolavoro della letteratura, sia un romanzo post moderno in quanto l’autore interviene all’interno della storia quasi per “contenere” i protagonisti, creando un doppio livello, per un maggiore distacco. Lo sceneggiatore ha mantenuto il doppio livello ideando però una nuova soluzione: il “film nel film”.

Passato e presente, infatti, si intrecciano con due storie d’amore collegate da una finzione scenica che finisce per riprodurre la vita.

sarah-immPassato: Sarah è una donna anticonformista che, in una Londra vittoriana moralistica e convenzionale avvalora la diceria sulla sua “follia” e sul suo essere una “donna perduta” perché sedotta e abbandonata da un tenente francese, per essere libera. Charles, uno studioso “darwiniano” e quindi incline a trascurare gli aspetti artificiali e artificiosi dell’esistenza, non può che essere irrimediabilmente attratto da lei. L’uomo è disposto a rinunciare a tutto per seguire la donna, anche a mandare a monte il suo conveniente fidanzamento ed ogni prospettiva di affermazione e successo. Ma lei scompare. Lui la cerca disperatamente, e, quando dopo tre anni la ritrova la perdona immediatamente per la sua fuga e possono amarsi.

mark-e-annaPresente: si sta girando un film su questa storia e gli attori protagonisti, Mike e Anna, sono molto coinvolti nella parti che interpretano, hanno parecchio in comune con l’uomo e la donna della storia. Tra i due esplode la stessa passione fatale e sebbene entrambi sposati sembrano desiderosi di rinunciare a tutto per realizzare il loro sogno. Ma nella realtà Anna scompare lasciando il profumo indescrivibile di una rosa non colta.

Il film ad alcuni è piaciuto molto, alcuni ne hanno apprezzato delle cose, alcuni si sono soffermati sull’analisi di un personaggio in particolare, altri ancora lo hanno trovato lungo, noioso e difficilmente digeribile, tanto da non riuscire a finirne la visione. Ma, come si diceva, l’entusiasmo di chi lo ha amato e ha colto sfumature e particolari che non ha esitato a condividere, ha contagiato poi tutti, lasciando la voglia di rivederlo con altri occhi.

Particolare la fusione delle due epoche, il sovrapporsi di situazioni, sentimenti e anche piccoli particolari. I due attori vengono travolti dalla stessa passione dei protagonisti del film che recitano (anche se per una nostra cinefila l’intensità non è la stessa, la vera passione è quella della storia ottocentesca) e le trovate registiche di sovrapposizione sono interessanti: il marito di Anna/attrice è francese come il tenente “amante” di Sarah per esempio. Nella festa di fine film, poi, qualcuno è vestito con abiti normali, qualcuno in costume: ancora il sovrapporsi, per alcuni addirittura la confusione che regna nella testa e nel cuore di Mike, l’attore, che quando Anna se ne va, la chiama Sarah.

Già, lui, Charles/Mike Un nostro cinefilo si è concentrato molto sulla sua figura, in modo serio e anche un po’ ironico. Un uomo che, in entrambe le epoche, non sa quello che vuole e sembra un pesce fuor d’acqua ovunque sia. Nell’Ottocento incarna proprio la figura romantica dell’uomo che si perde per amore, ma addirittura in modo patologico; ai giorni nostri (anni ’70 in realtà) ugualmente non sa bene come muoversi e rimane in balia delle decisioni di Anna. Ma c’è chi, romanticamente ha commentato, è solo un uomo innamorato.

Anche la figura di Sarah/Anna è stata ben analizzata dai nostri cinefili. C’è chi ha visto Sarah come una donna forte che in epoca vittoriana si ritaglia un suo modo di andare contro tutto e tutti e di vivere in libertà, c’è chi l’ha trovata una brutta persona, quasi una strega, vanitosa ed egoista. Sicuramente però molto molto bella. Tutti sono rimasti colpiti dalla bellezza di Meryl Streep in questo film. L’attrice è amata e apprezzata sempre per la sua bravura, in questo film è davvero anche particolarmente bella.

Chiudiamo con un bella citazione, una frase che dice Sarah: “La mia sola felicità è quando dormo: quando mi sveglio, cominciano subito gli incubi”.

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