Cosa ho fatto io per meritare questo

Cosa ha fatto il cinegruppo per meritarsi questo? Si è chiesta sostanzialmente una nostra cinefila, aprendo l’incontro di marzo del nostro gruppo. Con una battuta, che chi scrive si permette di fare, entriamo nel vivo della discussione, parafrasando il titolo del film scelto tra i quattro proposti del regista spagnolo Pedro Almodòvar (ogni tanto ci diamo alle monografie, o per attore, o per regista): Cosa ho fatto io per meritare questo? Chiaramente, alla nostra partecipante la pellicola non è piaciuta affatto, tanto da considerarla la più brutta vista e discussa nei due anni di vita del nostro gruppo, nonché la più brutta da lei vista negli ultimi anni. Un inzio col botto. E anche inaspettato.

Tutti, infatti, avevano accolto con entusiasmo l’idea di mettere sotto la lente della nostra attenzione un regista amato come Pedro Almòdovar. Questo film aveva poi vinto alla votazione con parecchie preferenze: più o meno tutti erano curiosi di vederlo, essendo uno dei primi del cineasta e non proprio il più noto. Ci si aspettava che tutti lo amassero. Ci si aspettava di divertirsi molto durante la visione. Nessuna delle due cose è successa così fortemente per tutti. E per fortuna, diciamo. Perché così le nostre serate sono sempre sorprendenti, variegate, ricche di considerazioni e spunti di riflessione. Perché, se alla nostra partecipante, e anche a qualcun altro, il film non è affatto piaciuto, c’è invece chi lo ha molto apprezzato e ha colto in nuce tutte le caratteristiche meravigliose che sono esplose poi negli anni, durante la lunga carriera del regista spagnolo, che ha raccontato la vita in tutte le sue sfumature, in tutte le sue assurdità, con provocazione e corrosività, rendendo difficile scindere il tragico e il comico, con sceneggiature originali, ritmiche e piene di invenzioni, divertite, divertenti, grottesche e feroci. E piene di umanità. E con una “famiglia di attori”, più che con un cast.

Cosa ho fatto io per meritare questo? è il quarto lungometraggio, datato 1984, del geniale (sì, è indiscutibilmente geniale, con una ricca filmografia composta di film che rasentano il capolavoro e alcuni, ovviamente, più in sottotono) Pedro Almodòvar. Protagonista: Carmen Maura (che negli anni Ottanta è stata unica e autentica musa del regista) che interpreta Gloria, una casalinga che vive con marito, due figli e la nonna (mamma del marito) in un casermone alla periferia di Madrid, in un piccolo a angusto appartamento/loculo. Una vita squallida tra soldi che non bastano mai, un marito assente e gretto, due figli quasi adolescenti di cui uno spacciatore e l’altro che intrattiene rapporti omosessuali con i padri dei suoi amici. Per sbarcare il lunario lei fa le pulizie anche in altre case. Alla storia principale si intersecano altre sottotracce. Come ha osservato una nostra cinefila, è come se nel film ci fossero tante altri film, tante altre sceneggiature pronte per essere sviluppate. Nello stesso stabile vivono, tra gli altri, due donne: una prostituta sognatrice e una madre acida e terribile, che odia la figlioletta con poteri telecinetici. Ci sono poi le storie di una coppia di pseudointellettuali scrittori da cui Gloria va a servizio e una cantante tedesca di cui il marito di Gloria è stato innamorato quando abitava in Germania.

Spazi claustrofobici, situazioni iperboliche, personaggi/maschera, miseria e tristezza, oppressione e maschilismo, situazioni grottesche che solo in rari momenti strappano il sorriso. Per questo e altro la nostra cinefila ha bocciato il film, con un’altra nostra partecipante completamente d’accordo. Secondo loro un film che non dà niente se non bruttezza, nessun appiglio positivo, niente di buono, solo tristezza disarmante e desolazione, nessuna umanità, niente di emozionante. Un po’ di luce solo nel rapporto nonna/nipote e nella figura della prostituta sognante. E nessuna voglia di ridere per situazioni che, anche se proposte in tono grottesco, nella realtà farebbero solo male al cuore. Come la visione dei ragazzini.

Il figlio (età non definita, ma poco più che decenne) omosessuale sta, tra l’indifferenza della famiglia, per non dire approvazione, con i padri degli amici e a metà film viene affidato con naturalezza dalla madre, per avere una bocca in meno da sfamare, “alle cure” del dentista pedofilo. La figlia della vicina viene maltrattata dalla madre arcigna e insoddisfatta. Per le due nostre partecipanti questo è inconcepibile anche se trasfigurato nel grottesco, anche se lo mette in scena Almodòvar. Anche qualcun altro, pur apprezzando il film, ha fatto fatica a reggere queste situazioni e si è chiesto se sia lecito scherzare su questi argomenti. La scena del dentista pedofilo è in effetti surreale/grottesca, e provocatoria, ma per alcuni inaccettabile comunque, per altri invece una giusta denuncia sociale fatta in modo non noioso, ma anzi folcloristico e chiassoso (certamente non comico): il regista non legittima la pedofilia, materia lancinante e drammatica, la sta semplicemente raccontando. C’è, esiste, soprattutto in certe realtà. E va affrontata. Se si considera che questo film è uno dei primi del regista, se si considera che è stato fatto poco dopo la fine della dittatura di Franco, secondo il nostro cinefilo, non ci si può che inchinare. Almodòvar, facendo emergere, proprio in quegli anni, il substrato della società spagnola, fa una chiara denuncia, cioè una presa d’atto, e contribuisce alla modernizzazione della Spagna.

Dunque il film è stato anche molto apprezzato, considerato un film di sperimentazione, con mille spunti interessantissimi e tipiche “genialate” almodovariane: molto amata l’idea del marito di Gloria che sa copiare le scritture di tutti; il ramarro raccolto da nonna e nipote testimone di tutto e per un nostro cinefilo simbolo del male e del brutto; la metafora della dittatura nascosta dietro il rapporto terribile tra madre e figlia (le vicine di casa). E il finale, per qualcuno davvero fantastico, con la dissolvenza dell’ultima sequenza, costruita su inquadrature di varia lunghezza, in cui il balcone dell’appartamento di Gloria (dal quale lei sicuramente averebbe voluto gettarsi) diviene man mano più piccolo, risucchiato infine dall’alienante quartiere della periferia di Madrid (voluto da Franco nel periodo del boom economico degli anni Sessanta), dove, come ha notato una nostra partecipante, dietro ogni finestra ti immagini un mondo tremendo. E, per un filo di speranza, il ritorno a casa del figlio piccolo lasciato al dentista, che per qualcuno non è altro che lui, Pedro Almodòvar.

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La donna del tenente francese. Passione ieri e oggi

Il cinegruppo ha aperto il 2017 con una bellissima e interessante discussione, tanto bella, interessante e articolata (e anche divertente) che, lo diciamo subito, è impossibile da riportare e riassumere. Ci limiteremo a darne qualche spunto e invitiamo alla visione del film. I nostri cinefili che non lo avevano apprezzato, anzi che si erano profondamente annoiati durante la visione, se ne sono andati con la voglia matta di rivederlo alla luce di quanto detto.

dtf-copertinaMa di che film stiamo parlando? Ecco la risposta: La donna del tenente francese, scelto tra una rosa di melodrammatici/sentimentali, come suggerito da un volume che in biblioteca usiamo molto: Melò di Maurizio Porro, edito da Electa. Una fonte importante, che fa parte di una serie di volumi che esplorano i vari generi cinematografici, cosa che il cinegruppo sta facendo.

La regia della pellicola (del 1981) è firmata da Karel Reisz mentre la sceneggiatura è di un mostro sacro: Harold Pinter, che ha vinto il David di Donatello 1982 per la miglior sceneggiatura straniera. Protagonisti: Jeremy Irons e Meryl Streep, che si è aggiudicata il Golden Globe come migliore interprete di un film drammatico ed è stata candidata all’Oscar 1982 (una delle sue innumerevoli candidature) come migliore attrice protagonista. Le altre nomination del film: sceneggiatura non originale, scenografia, costumi e montaggio.

La donna del tenente francese è tratto dall’omonimo libro del 1956 di John Fowles, considerato sia un capolavoro della letteratura, sia un romanzo post moderno in quanto l’autore interviene all’interno della storia quasi per “contenere” i protagonisti, creando un doppio livello, per un maggiore distacco. Lo sceneggiatore ha mantenuto il doppio livello ideando però una nuova soluzione: il “film nel film”.

Passato e presente, infatti, si intrecciano con due storie d’amore collegate da una finzione scenica che finisce per riprodurre la vita.

sarah-immPassato: Sarah è una donna anticonformista che, in una Londra vittoriana moralistica e convenzionale avvalora la diceria sulla sua “follia” e sul suo essere una “donna perduta” perché sedotta e abbandonata da un tenente francese, per essere libera. Charles, uno studioso “darwiniano” e quindi incline a trascurare gli aspetti artificiali e artificiosi dell’esistenza, non può che essere irrimediabilmente attratto da lei. L’uomo è disposto a rinunciare a tutto per seguire la donna, anche a mandare a monte il suo conveniente fidanzamento ed ogni prospettiva di affermazione e successo. Ma lei scompare. Lui la cerca disperatamente, e, quando dopo tre anni la ritrova la perdona immediatamente per la sua fuga e possono amarsi.

mark-e-annaPresente: si sta girando un film su questa storia e gli attori protagonisti, Mike e Anna, sono molto coinvolti nella parti che interpretano, hanno parecchio in comune con l’uomo e la donna della storia. Tra i due esplode la stessa passione fatale e sebbene entrambi sposati sembrano desiderosi di rinunciare a tutto per realizzare il loro sogno. Ma nella realtà Anna scompare lasciando il profumo indescrivibile di una rosa non colta.

Il film ad alcuni è piaciuto molto, alcuni ne hanno apprezzato delle cose, alcuni si sono soffermati sull’analisi di un personaggio in particolare, altri ancora lo hanno trovato lungo, noioso e difficilmente digeribile, tanto da non riuscire a finirne la visione. Ma, come si diceva, l’entusiasmo di chi lo ha amato e ha colto sfumature e particolari che non ha esitato a condividere, ha contagiato poi tutti, lasciando la voglia di rivederlo con altri occhi.

Particolare la fusione delle due epoche, il sovrapporsi di situazioni, sentimenti e anche piccoli particolari. I due attori vengono travolti dalla stessa passione dei protagonisti del film che recitano (anche se per una nostra cinefila l’intensità non è la stessa, la vera passione è quella della storia ottocentesca) e le trovate registiche di sovrapposizione sono interessanti: il marito di Anna/attrice è francese come il tenente “amante” di Sarah per esempio. Nella festa di fine film, poi, qualcuno è vestito con abiti normali, qualcuno in costume: ancora il sovrapporsi, per alcuni addirittura la confusione che regna nella testa e nel cuore di Mike, l’attore, che quando Anna se ne va, la chiama Sarah.

Già, lui, Charles/Mike Un nostro cinefilo si è concentrato molto sulla sua figura, in modo serio e anche un po’ ironico. Un uomo che, in entrambe le epoche, non sa quello che vuole e sembra un pesce fuor d’acqua ovunque sia. Nell’Ottocento incarna proprio la figura romantica dell’uomo che si perde per amore, ma addirittura in modo patologico; ai giorni nostri (anni ’70 in realtà) ugualmente non sa bene come muoversi e rimane in balia delle decisioni di Anna. Ma c’è chi, romanticamente ha commentato, è solo un uomo innamorato.

Anche la figura di Sarah/Anna è stata ben analizzata dai nostri cinefili. C’è chi ha visto Sarah come una donna forte che in epoca vittoriana si ritaglia un suo modo di andare contro tutto e tutti e di vivere in libertà, c’è chi l’ha trovata una brutta persona, quasi una strega, vanitosa ed egoista. Sicuramente però molto molto bella. Tutti sono rimasti colpiti dalla bellezza di Meryl Streep in questo film. L’attrice è amata e apprezzata sempre per la sua bravura, in questo film è davvero anche particolarmente bella.

Chiudiamo con un bella citazione, una frase che dice Sarah: “La mia sola felicità è quando dormo: quando mi sveglio, cominciano subito gli incubi”.

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Terrore dallo spazio profondo con L’invasione degli ultracorpi

Fantascienza! Il nostro gruppo di cinefili ha chiuso l’anno discutendo un film di un genere che non è amato e frequentato da tutti, ma che tutti, incuriositi, hanno deciso di esplorare, o provare a riprendere, o approfondire. E, come sempre, ne è scaturita una piacevole discussione, con pareri diversi, ma anche con un “cortocircuito” di base: chi conosce un po’ meglio la fantascienza pensa infatti che in realtà non sarebbe neanche da discuterne, che andrebbe presa per ciò che è, senza cercare spiegazioni. Ma noi siamo un cinegruppo, e discutiamo.

terrore-copIl film scelto è un classico, anzi, per meglio dire, un remake di un grande classico, diventato poi tale a sua volta: Terrore dallo spazio profondo, del 1978, diretto da Philip Kaufman. L’originale è L’invasione degli ultracorpi, per la regia di Don Siegel, il cui soggetto è tratto dall’omonimo romanzo di fantascienza di Jack Finey del 1955. Un film girato a basso costo e in bianco e nero che in seguito è diventato un film culto tanto che ne sono seguiti tre remake: Terrore dallo spazio profondo, appunto, Ultracorpi-L’invasione continua (1993, regia di Abel Ferrara) e Invasion (2007, regia di Oliver Hirschbiegel).

invasione-degli-ultracorpiNel film L’invasione degli ultracorpi il dottor Miles J. Bennell racconta al collega dottor Hill una storia allucinante. La cittadina di Santa Mira è stata invasa da extraterrestri che copiano perfettamente gli abitanti ai quali si sostituiscono durante il sonno. Queste creature si replicano all’interno di enormi baccelli che crescono finché creano copie senza sentimenti ed eliminano gli originali. Bennell prova a dare l’allarme, ma nessuno gli crede: la cittadina è diventata centro di smistamento dei baccelli e tutti gli abitanti sono ormai doppiati. Tenta la fuga insieme alla fidanzata ma durante il viaggio la donna non riesce a rimanere sveglia e si addormenta, diventando a sua volta replicante. Sconvolto, viene arrestato e portato all’ospedale presso il dottor Hill, che ascoltata la storia lo giudica pazzo; ma proprio al termine del racconto di Bennell, giunge in ospedale un ferito coinvolto in un incidente stradale, era alla guida di un autocarro pieno di strani baccelli proveniente da Santa Mira. Il dottor Hill si rende conto che Bennell ha detto la verità e telefona per dare l’allarme generale. L’epilogo pensato da Siegel originariamente non prevedeva alcuna prospettiva fiduciosa per il genere umano: avrebbe voluto infatti terminare il film con i replicanti che prendono il posto di tutti i cittadini di Santa Mira e il protagonista Kevin McCarthy che, puntando il dito verso il pubblico, esclama: «You’re next!», ma la produzione impose al regista una conclusione più ottimistica e un “cappello” introduttivo (McCarthy che racconta in ospedale la storia). Del resto, però, come ci ha spiegato una nostra cinefila che ha anche letto il libro, anche questo finisce bene.

Il film apparve come una ventata di aria fresca poiché la fantascienza che proponeva era una fantascienza insolita, ampiamente diversa del normale; non c’erano astronavi, navi spaziali, esseri mostruosi provenienti dall’iperspazio no, nulla di tutto questo, venivano mostrate forme di vita aliene, questo si, ma venivano mostrate in una maniera insolita, molto meno fantastiche del solito. Al film furono date, senza riscontro con l’opinione dell’autore (ma le opinioni sono discordanti al proposito) diverse letture politiche: fu interpretato sia come una parabola anticomunista sia antimaccartista.

Philip Kaufman ha realizzato il rifacimento del film e questo noi abbiamo discusso, ma ovviamente con continui rimandi all’originale e al libro. Un remake questa volta a colori e con diversi effetti speciali, con Donald Sutherland come protagonista e, questa volta sì, con un finale senza speranza. E con, come è stato notato, una forse maggiore attenzione alla componente horror più che a quella fantascientifica.

Alcune spore, giunte dallo spazio sulla Terra, fanno si che a San Francisco venga a generarsi una nuova specie di fiori esotici. Ma questi fiori, in realtà, sono delle spietate creature aliene che hanno lo scopo di clonare i corpi umani e distruggere gli originali. Saranno l’agente addetto alla sanità pubblica, Matthew Bennell, e la sua collega Elisabeth Driscoll, insieme a una coppia di amici e ad uno psichiatra (ma la sua figura è bella e ambigua e ne riparleremo, al gruppo ha colpito molto) a scoprire il folle piano alieno ma quando avranno capito lo scopo della minaccia sarà troppo tardi poiché le piante extra-terrestri hanno iniziato a diffondersi anche al di fuori di San Francisco.terrore-tre-protagonisto

Con un protagonista duttile come Donald Sutherland, che qui sa passare da una certa freddezza iniziale a sempre crescenti angoscia e tensione, fino all’agghiacciante finale che, se possibile, introduce ancor più pessimismo nel racconto, Philip Kaufman, regista ambizioso e non sprovvisto di talento ma non sempre capace di fornire titoli pari alle intenzioni, mette in scena un film di fantascienza di buona presa emotiva, con un paio di sequenze che non difetterebbero in un’eventuale antologia del genere, come in parecchi hanno sottolineato.

Singolare ritrovare riuniti in questa pellicola, tanti protagonisti della fantascienza, precedente e successiva, a cominciare da Leonard Nimoy (ormai leggenda di Star Trek, il dottor Spock, qui lo psichiatra), per passare a Jeff Goldblum (La Mosca) e infine la Cartwright, il cui volto terrorizzato in Alien è un’icona del cinema. Kevin Mccarthy, protagonista del film di Siegel, è il tipo che gli salta sul cofano della macchina verso l’inizio e che poi trovano morto svoltato l’angolo sulla strada. Siegel stesso lo ritroviamo tassista. E Robert Duvall che fa una comparsata nelle primissime scene vestito da prete, protagonista de L’uomo che fuggì dal futuro.

Il tema del doppio, tipico della fantascienza, ha interessato tutti. Una paura atavica. L’altro uguale a me, ma da me diverso, l’altro come infiltrato, l’altro che inganna. Il ruolo dello psichiatra che non si capisce da che parte stia, un doppio che gioca un doppio ruolo ha intrigato tutti, perché rende interessante il dilemma di chi è credibile e quanto è credibile.

C’è chi poi ha sentito molto la visione sottostante al film, ovvero quella della contrapposizione est/ovest (la mancanza di emozioni dell’altro), c’è chi al contrario non l’ha sentita per niente ma ha pensato più a una metafora sulla spersonalizzazione, una critica al consumismo o a un mondo di persone che vivono senza provare emozioni, dove si perdono i rapporti umani. Che è la via che ha preso il mondo occidentale. Considerazioni varie, che in varie gradazioni tutti hanno condiviso, all’interno poi del fatto che ognuno abbia apprezzato o meno il film. Infatti c’è chi, pur trovandolo un po’ datato, lo ha amato moltissimo, ha amato la maestria registica e tutto il sapore anni ’70 che emanava. Altri invece lo hanno trovato banale, per nulla originale in mezzo a una produzione, sia cinematografica che letteraria, fantascientifica di ben altro spessore. C’è chi lo ha trovato poco credibile e addirittura comico. C’è chi ha sottolineato la stranezza del pensare subito a un’invasione aliena come fosse la cosa più semplice e naturale del mondo. C’è chi ha trovato ben fatti gli effetti speciali, chi invece molto vecchi, considerando per esempio che Incontri ravvicinati del terzo tipo, così avanti, era dell’anno precedente.

terrore-urloMa nessuno, nessuno, è rimasto indifferente al finale agghiacciante, con l’urlo (anche quello, ironicamente definito anni 70) del protagonista. Quasi nessuno se lo aspettava, e se anche inconsciamente sì, il sopravvento dell'”altro” ha lasciato inquietudine.

 

 

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Cosa piove dal cielo? Piovono mucche!

Continua l’esplorazione dei generi cinematografici. Questa volta tocca alla commedia. Per l’incontro di ottobre del nostro cinegruppo la scelta è caduta su un piccolo film. Ma non un film piccolo e banale. Anzi. Un “piccolo grande film” che ha messo d’accordo tutti, tanto è lieve e aggraziato. C’è chi lo ha visto per la seconda volta, con lo stesso identico piacere. E sarebbe pronto a vederlo una terza. Perché si tratta di una brillante parabola sull’universale bisogno dell’altro.

cosa-piove-copCosa piove dal cielo? (titolo originale Un cuento chino) è un film argentino del 2011, diretto da Sebastian Borensztein, un regista che prima di dedicarsi al cinema (questo è il suo terzo film) è stato un prolifico produttore televisivo e scrittore. Negli anni ’90 ha creato una dozzina di serie Tv, alcune delle quali nominate per gli Emmy. Alla VI Edizione del Festival Internazionale del film di Roma la pellicola ha sbancato: ha vinto infatti il Marc’Aurelio della giuria al Miglior Film e il Premio BNL del Pubblico sempre al Miglior Film.

In Cina, una mucca cade dal cielo causando la morte di una ragazza che, in barca col fidanzato, stava prendendo da lui l’anello di fidanzamento. Questo è l’inizio, surreale, del film. Con una inquadratura rovesciata (che, come ha acutamente notato qualcuno, simboleggia proprio il cambio di emisfero) ci troviamo a Buenos Aires, nel negozio di ferramenta del burbero e introverso Roberto, un sempre fantastico Ricardo Darin. Segnato profondamente dal dramma della guerra nelle isole Falkland (ma lo scopriremo più avanti), vive chiuso nel suo universo solitario, isolato dal mondo esterno e dalle assurde richiese della sua clientela. Le sue giornate scorrono meticolosamente uguali, in una routine fatta di manie e rituali. L’unica sua passione è quella di ritagliare storie bizzarre e incredibili dai quotidiani mondiali. Unico svago, le visite di Mari, un’amica di campagna da sempre innamorata di lui, dalla quale però si tiene sempre a distanza di sicurezza.

rob-junUn giorno, viene scaraventato fuori da un taxi un giovane cinese, Jun, arrivato in Argentina in cerca dello zio, che però non si trova. Roberto è quasi costretto a tenere in casa, sotto la sua tutela, il ragazzo che parla solo cinese e non sa dove andare. Ha inizio così una strana storia di convivenza tra due personaggi antitetici in tutto, una “strana coppia” formata da un burbero argentino e un cinese sfortunato. Nella loro insolita vita in comune troveranno il modo per convivere e risolvere il problema della comunicazione, anche grazie all’aiuto di un ragazzo cinese che consegna pasti a domicilio. La convivenza forzata cambierà la vita di entrambi. E il cerchio si chiude. Jun si scopre essere il fidanzato della ragazza uccisa dalla mucca, e sull’immagine di un’altra mucca si chiude il film: quella che sta mungendo Mari, tornata in campagna dopo aver perso le speranze di poter fare breccia nel cuore di Roberto che però la va a cercare e la raggiunge, finalmente pronto a una totale condivisione. La mucca, per diversi componenti del gruppo, è quindi altamente simbolica. Da portatrice di morte a portatrice di vita. Da elemento surreale che cade dal cielo, a elemento di estrema realtà. La scelta di vita e di realtà, e di amore, che fa il protagonista Roberto.

Qualche componente del gruppo si è divertito davvero molto alla visione di questo film, ricordando quasi con le lacrime agli occhi alcune scene. Altri hanno amato la caratterizzazione dei personaggi, soprattutto, ovviamente Roberto/Ricardo Darìn e la sua lotta contro se stesso in fondo, contro il suo essere buono e altruista. Qualcuno ha notato come la fotografia accompagna lo stato d’animo del protagonista, variando di luminosità e di contrasto, dal grigiore del traffico cittadino, del passato che abita la casa di Roberto, allo slancio ottimistico di colore della scena conclusiva o dei sogni ad occhi aperti ispirati ai ritagli di giornale.

rob-jun-mucMantenendosi sempre in equilibrio tra il surreale e il realistico, il regista ha costruito un film che riesce a divertire e a fornire spunti di riflessione. Con straordinaria grazia e divertita ironia riesce a scherzare sui casi della vita, sulla realtà che supera l’immaginazione, sui destini incrociati che inattesi possono cambiare le nostre esistenze, in modo apparentemente inspiegabile.

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Bella addormentata. La vita e la morte

bella-add-copDiciamolo subito: questo resoconto dell’incontro di ottobre del nostro cinegruppo non è stato facile da costruire e scrivere, e chi lo cura ha chiesto la collaborazione e il supporto di tutti i partecipanti. Bella addormentata di Marco Bellocchio, il film di cui si è discusso, tratta un tema non facile, doloroso e complesso: l’eutanasia. E, allo stesso modo, doloroso e complesso è scriverne, così come parlarne. La nostra serata di inizio ottobre è stata infatti come sempre interessantissima, e per certi versi illuminante, ma anche contraddittoria, con diverse varie digressioni, alcune anche “leggere”, come per distaccarsi un po’ dall’imponenza dell’argomento e dalle profondità che si sarebbero potute raggiungere. Tirare le fila di una discussione di film non è mai semplice, questo è stato ammesso più volte; stavolta è stato particolarmente difficile, perché oltre alla solita complessità si è sentito il carico della responsabilità rispetto a un argomento tanto delicato. Comunque, la collaborazione di tutti c’è stata e ovviamente, più che mai, è aperta la possibilità di integrazioni e commenti.

bellocchio-immBella addormentata è un film del 2012 di Marco Bellocchio, un grandissimo regista, indubbiamente, basti pensare al suo esordio, a poco più di vent’anni, con I pugni in tasca. Un film incredibile, un esordio folgorante. Tutti d’accordo su questo, e tutti d’accordo anche sul fatto che nelle sua lunga carriera un po’ di discontinuità ci sia stata: accanto a capolavori, qualche produzione minore e non completamente riuscita, o semplicemente non apprezzata da qualcuno. E anche questo film, nel microcosmo del nostro cinegruppo, per qualcuno è da ascrivere al “grande Bellocchio”, per qualcuno al “Bellocchio minore” e che delude un po’. La critica, alla sua uscita, lo ha accolto in gran parte molto bene, e in molti hanno ritenuto quasi scandaloso che alla Mostra del Cinema di Venezia 2012, dove era stato presentato in concorso, la giuria capitanata da Michael Mann non avesse riconosciuto nessun premio ad una delle opere più coraggiose e importanti della nostra cinematografia. Perché di questo si tratta, aldilà poi del gusto personale e dei difetti che possa presentare: un’opera importante e coraggiosa, che con sforzo immane che non si può che apprezzare, come ha detto una nostra cinefila, cerca di consegnarci molteplici livelli di lettura di un tema scomodo, complesso ed estremamente doloroso.

Tre anni dopo il clamore suscitato dal caso di Eluana Englaro, Bellocchio, con la lucidità della distanza e con la coscienza laica e civile che caratterizza il suo fare cinema, ha realizzato un film in cui la lettura degli eventi di quel febbraio (La Englaro, dopo 17 anni in coma, viene fatta trasportare dal padre in una struttura ospedaliera di Udine in cui operano medici disposti a interrompere l’alimentazione artificiale) è filtrata attraverso altre vicende di invenzione. Più storie si intrecciano tra loro su uno sfondo di attualità (reso per lo più con immagini di repertorio): i giorni dal 3 al 9 febbraio fino alla morte di Eluana. Il senatore del Pdl Beffardi (un sempre immenso Toni Servillo) che aiuta la moglie gravemente malata a morire e si rifiuta di votare il decreto d’urgenza del governo Berlusconi. Sua figlia Maria (Alba Rohrwacher), che attivista del movimento per la vita rind-rochfinisce a letto con un ragazzo (Michele Riondino) che manifesta sul fronte opposto con il fratello molto problematico di cui si prende incessante cura. La Grande Attrice (Isabelle Huppert) che si ritira dalle scene per assistere la figlia in coma, scivolando in una psicosi religiosa che logora il rapporto con marito e figlio. Il dottor Pallido (Piergiorgio Bellocchio) si trova di fronte al caso di Rossa, una bellissima giovane donna tossicodipendente (Maya Sansa) che tenta più volte il suicidio ma lui, nell’anonimato quotidiano di un ospedale come tanti, riesce a farle cambiare idea con una premura e una risolutezza che va ben oltre i limiti imposti dal proprio mestiere.

Eutanasia dunque, con le contrapposizioni vita e morte, amore e odio, pubblico e privato, coscienza individuale e dovere pubblico: le tematiche affrontate abbracciano uno spettro di questioni che vanno dalla religione al libero arbitrio, dal rapporto padri-figli alla politica (anche politica delle immagini). In Bella Addormentata vengono quindi a galla contraddizioni e conflittualità, ed è questa la cifra del film. Possibilità, dubbi, mille sfaccettature, sfumature (ben incarnate ad esempio da Maria, che da fervente religiosa è colpita da amore folle e sensuale per un ragazzo dello “schieramento opposto”, o dal medico profondamente laico che resuscita una tossicomane con manie suicide convinto che la vita abbia più ragioni della morte, o dal tormento del senatore per il dilemma scelta pubblica/pensiero intimo e anche per quello che dice a un certo punto: “Io che ero un fervente ateo non so cosa avrei dato per godere di un altro solo giorno con lei, mentre lei che era la donna più cattolica della terra ha finito col chiedermi di aiutarmi a morire”) percorrono tutto il film. Bellocchio non cerca soluzioni facili, e conclude le storie all’insegna dell’incertezza e, forse, della speranza, quasi a ribadire che la complessità non è catturabile dalla macchina da presa, mescolando diversi registri, dal realistico al grottesco/surreale, affidandosi a un ottimo cast di attori e a un uso speciale della fotografia e della colonna sonora. Uno stile pulito ed essenziale, sempre al servizio della storia, con un gusto per l’immagine evocativo e surreale.

E, soprattutto, il regista non prende posizione. O meglio, come ha ben sottolineato qualcuno: l’oggettività, il mostrare, come si diceva, le contraddizioni e le mille sfaccettature del reale, non ha impedito a Bellocchio di svelare la sua convinzione: l’utilizzo di alcune dichiarazioni dei politici dell’epoca, la gestione dei racconti relativi alle posizioni contro eutanasia di certa Chiesa in maniera qualche volta parossistica e ridicolizzante è un chiaro segnale. Per qualcuno, infatti, è stata persino calcata troppo la mano sull’aspetto ridicolo della classe politica dell’epoca, che in effetti per altri aveva veramente mostrato il peggio di sé. D’altro canto, questo guardare più in là cercando nelle contraddizioni del sentire l’umanità più profonda di ognuno che si conserva il diritto di un’intima ricerca propria, se per qualcuno è stata l’eccellenza del film, per altri è stata un po’ una furbata, resa accettabile solo dalle superbe prove attoriali. Qualcuno dunque non si è sentito in sintonia col film, pur avendo alte aspettative, qualcuno ha sentito la mancanza di una reale discussione e di un reale approfondimento, aspettandosi persino di venire scalfito nelle proprie convinzioni.

Altri nostri cinefili invece lo hanno amato moltissimo, per questa sua polifonia, per le ragioni della vita e della morte messe sullo stesso piano. Lo hanno amato per le sue contraddizioni, lo hanno amato dalla prima scena, con una bellissima Maya Sansa…addormentata.

Una nostra cinefila si è soffermata sulla bellezza del titolo, intenso e pieno di significati e rimandi, sia a riferimenti esterni che alle storie narrate nel film, una scelta molto coerente e indicativa della complessità della pellicola. Il primo rimando è sicuramente alla celebre fiaba, in cui la principessa vittima di un incantesimo viene svegliata e salvata dal bacio di un principe. In secondo luogo, rileggendo la vicenda politica legata al caso Englaro, ha trovato un’altra connessione con alcune dichiarazioni rilasciate in quei mesi, in particolare quella di Berlusconi che aveva affermato che Eluana aveva ancora “un bell’aspetto” ed un’aria sana – pur non avendo mai visto di persona la ragazza – aggiungendo “potrebbe in ipotesi anche generare un figlio” nonostante lo stato vegetativo permanente. (Secondo la giornalista Marinella Chirico, Eluana era assolutamente irriconoscibile rispetto alle foto che si vedevano. Una donna completamente immobile, che gli infermieri e i sanitari erano costretti a spostare ogni due ore per evitare che il corpo si piagasse). Infine, ha segnalato un’altra coincidenza, forse non troppo casuale: nel 2011, solo un anno prima dell’uscita del film, è stato pubblicato un libro dal titolo La bella addormentata. Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi. Perché si risveglierà. Secondo la nostra partecipante anche questa può essere una suggestione di cui Bellocchio ha tenuto conto e che ha inciso sulla scelta del titolo. Tra le “belle addormentate” del film include, inoltre, la madre, che rinuncia alla sua vita e ai suoi affetti per stare al capezzale della figlia in coma, scegliendo una sorta di sonno esistenziale, e il personaggio di Michele Riondino che dedica la sua esistenza al fratello problematico, escludendo ogni altra possibilità di vita (e compiendo in tal modo una scelta di non-vita).

Diversi nostri partecipanti si sono trovati d’accordo nel trovare alcune storie piuttosto forzate e poco credibili, forse più funzionali alla volontà del regista di ampliare la varietà dei punti di vista. In particolare quella di interpretata da Maya Sansa, aspirante suicida. Perchè il regista ha scelto di inserire una storia di suicidio in un discorso sull’eutanasia? Si è detto che si tratta in fondo comunque di due morti procurate, la prima di poco interesse per l’opinione pubblica, mentre alla seconda l’onore della cronaca. Il suicidio, soprattutto per assunzione di stupefacenti o di alcool, è in qualche modo poco impattante perché frutto di una colpa, di una decisione assunta più o meno liberamente, mentre l’eutanasia viene subita da chi non può esprimere più le sue ultime volontà.

Ci piace concludere un resoconto imperfetto con una affermazione del film “l’amore cambia il modo di vedere le cose”.

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L’ultima eclissi. “Qualche volta fare la carogna è la sola cosa che resta a una donna”

Esplorazione dei vari generi cinematografici: questo il proposito che i componenti del nostro gruppo hanno deciso di perseguire per la “nuova stagione di discussione cinematografica”. Settembre, si sa, è un po’ un inizio anno per tutto e per tutti, con nuovi orizzonti e obiettivi da raggiungere. E noi non siamo da meno.

ultima-eclissi-copPrimo genere esplorato: il giallo. Nell’incontro di settembre, dopo la pausa di agosto, il nostro cinegruppo si è trovato a discutere il film più votato tra quattro gialli proposti: L’ultima eclissi, una pellicola del 1995 (e i suoi anni pare che li dimostri: anche chi ha apprezzato moltissimo il film lo ha comunque trovato un po’ datato) con la regia di Taylor Hackford, il regista statunitense che ha diretto, tra gli altri, Ufficiale e gentiluomo (1982), Il sole a mezzanotte (1985), L’avvocato del diavolo (1997) e Ray (2004).

ultima-eclissi-copertina-libroAnche se il titolo italiano lo nasconde, il film è la versione cinematografica di Dolores Claiborne, un romanzo di Stephen King, uno degli autori più saccheggiati dal cinema. In questo caso non si tratta di un horror però, bensì di un raffinato thriller, diretto in modo brillante, solido e sicuro da un Hackford particolarmente ispirato. In realtà, proprio il titolo italiano e il genere cui il film appartiene sono stati argomenti di confronto e discussione, che è stata particolarmente articolata e ricca di spunti, un po’ per l’argomento e i temi trattati, che sconfinano nell’indagine psicologica, un po’ perché il film è davvero arrivato a ognuno in modo diverso, essendo piaciuto molto, molto con riserva, così così e per niente.

Ma andiamo con ordine. La trentacinquenne Selena St. George (Jennifer Jason Leigh), grintosa e ambiziosa giornalista a New York, deve tornare nel natio Maine per supportare, a malincuore, la madre, Dolores Claiborne (Kathy Bates), sospettata per l’omicidio di Vera Donovan, l’anziana e ricca signora che assisteva da anni. Tutto sembra contro di lei: le circostanze; il postino che entrando l’ha trovata con il matterello in mano china sulla defunta; il testamento a suo favore che è determinante per l’irriducibile investigatore John Mackey (Christopher Plummer), che vent’anni prima ha tentato invano di farla incriminare per la morte del marito Joe St. George. Difficile la convivenza tra la figlia dura, chiusa, sospettosa e dedita agli psicofarmaci e la madre che è invece vissuta solo per lei, come riemerge dai ricordi (l’uso dei flashback e frequente ma mai banale) col marito ubriacone che la picchiava e che molestava la giovane figlia (ma questo è un elemento su cui la regia gioca bene, tra dubbio e certezza). Dolores ricorda anche quando venne assunta dalla ricca, dispotica, altezzosa (e molto infelice) Vera, rimasta presto vedova, che l’ha voluta stabilmente in casa. Le umiliazioni, il freddo, le mani screpolate: tutto Dolores ha sopportato per risparmiare e far studiare Selena.

dolores-selenaUna madre e una figlia dunque si confrontano a colpi di uno stesso passato che si manifesta vivo e doloroso per la prima, rancoroso ed epurato dalla rimozione di un trauma per la seconda. Il film mette in scena un lacerante scandaglio interiore, mette in scena e sviluppa storie di rapporti: madre e figlia, marito e moglie, padre e figlia e governante e padrona. Il regista, attraversando passato e presente con originale fluidità, grazie a un uso di flashback senza stereotipi, in cui si variano cromaticamente i piani temporali (merito anche di una fotografia che mostra il meglio di sé nella scena dell’eclisse), tiene sempre alta la tensione e costruisce un film drammatico, quasi un melodramma.

Ecco, secondo un nostro cinefilo, e in vari modi quasi tutti si sono trovati d’accordo, il film rende molto meglio la parte drammatica che l’aspetto del giallo, per cui il film è stato giudicato bello e interessante ma poco appassionante. Non è stato sentito il pathos del thriller. Che un omicidio (o più omicidi) fossero stati consumati alla fine non era poi così rilevante (anzi, forse auspicabile, detto con un po’ di ironia). Il pathos vero era forse tutto insito nel dubbio, sciolto solo nel finale, se il padre avesse abusato o meno della figlia. La scena, quasi al termine del film, del ricordo che squarcia la mente di Selena è in qualche modo la chiave di volta, come ha notato una nostra partecipante, perché davvero fino a quel momento era il dubbio, rispetto alle molestie infami del padre, ad imperare.

 Un film di rapporti dunque. E un film di capovolgimenti, di cose che appaiono in un modo e poi si ribaltano. Per qualcuno persino troppi, di capovolgimenti. Anche se interessanti, come il personaggio della “megera” Vera che poi in realtà così megera non è, almeno nei confronti di Dolores, che quando piange con lei e le confida il suo terribile sospetto riguardo il marito e la figlia (una delle scene più belle del film, quasi per tutti) trasforma il loro rapporto in una stretta complicità. Vera (per qualcuno il miglior personaggio del film)vera-imm sosterrà Dolores e la inciterà a porre fine alla incresciosa situazione familiare, sotto il segno della frase che impronta tutto il film: “Qualche volta fare la carogna è la sola cosa che resta ad una donna”.

Le interpretazioni hanno convinto tutti. Cioè, l’ interpretazione di Kathy Bates è stata per tutti superlativa: immensa, come sempre, e qui doppiamente capace nel rendere una donna che sa incassare, subendo tensione e dolori con dignitosa disperazione ma anche una donna che reagisce, con la rabbia e la potenza che da lei ci aspettiamo. Una donna normale che nel dna non avrebbe l’omicidio, ma per amore della figlia ci arriva. Ecco, l’amore. Per una nostra cinefila questo film si potrebbe descrivere come la storia di un amore grande. L’amore di una madre per la figlia, l’ amore ritrovato della figlia per la madre, l’affetto profondo, la complicità tra Dolores e Vera.

Le altre interpretazioni invece hanno convinto in gradi diversi. Per qualcuno le prove attoriali di tutti sono la cosa migliore del film, altrimenti piatto e insignificante, senza infamia e senza lode. Con infamia invece per un’altra nostra cinefila, che ha ritenuto il film di livello molto basso. Un grande delusione dopo avere letto il libro di Stephen King. Quello delle trasposizioni cinematografiche di testi letterari potrebbe essere un capitolo a parte,da sviluppare e approfondire. Il nostro cinegruppo ci si potrebbe cimentare (altro obiettivo?).

Altre notazioni: l’uso dei flashback, come si evince anche da questo scritto che ne fa cenno più volte, è stato notato e apprezzato, anche se non ha convinto tutti nell’uso reiterato, soprattutto perché il passato non era poi così vivo e caldo come i colori che lo rappresentavano lasciavano trasparire.

E infine, qualche considerazione sul titolo. Già, i titoli italiani: altro capitolo corposo che si potrebbe aprire. Dolores Claiborne: così il libro, così il film in lingua originale. Qualche cinefilo si è proprio arrabbiato del cambiamento radicale in L’ultima eclissi, non capendone il motivo (e non capendo in generale la necessità di cambiare completamente i titoli originali). Qualcuno invece non lo ha trovato così fuorviante e ne ha colto anche un significato sia letterale che metaforico. Il clou succede durante una eclissi, che sta a significare una discesa nelle tenebre per un gesto assoluto e risolutivo, per poi tornare alla luce.

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Il canto di Paloma. Dolore, poesia, speranza

canto di paloma copIl canto di Paloma è stato l’oggetto di discussione dell’incontro di luglio del nostro cinegruppo. Un film amatissimo da un nostro componente, talmente amato che lo ha proposto alla visione di tutti per poter condividere con noi le emozioni suscitate. E il suo entusiasmo ha contagiato tutti, cosicché è stato votato, visto e… dibattuto. Con lo stesso entusiasmo da qualcuno, con qualche riserva da altri. Sicuramente, comunque, nessuno ne è rimasto immune emotivamente.

Fausta (Magaly Solier) non ha che il canto e modula col viso tristissimo le antiche melodie in lingua quechua; con esse racconta ed esprime una arcaica malinconia e noi spettatori capiamo l’insondabilità di chi è stata stuprata e di chi, nata dopo questa tragedia, sente trasmettere col latte che succhia, la perdita della propria anima. Tante furono le violenze contro le donne perpetrate negli anni ’80 durante la guerra civile, in Perù, tra militari al potere e guerriglieri ribelli. I soldati di ambo le parti si dedicarono alla crudeltà di massa contro le donne, specialmente se indie. Allora la cultura popolare parlò della “teta asustada” (seno impaurito, titolo originale del film) e di una “sofferenza” trasmessa alla prole. Tutto questo si ricava dalle prime sequenze del film di Claudia Llosa, alla sua seconda prova, vincitrice con questa pellicola dell’Orso d’Oro a Berlino 2009.

llosa immLa regista peruviana, anche sceneggiatrice e produttrice, è nipote dello scrittore Mario Vargas Llosa. Dopo aver lavorato nel settore pubblicitario, nel 2006 ha vinto il premio per la “miglior sceneggiatura originale” al Festival di L’Avana e numerosi altri premi a livello internazionale per il suo film di debutto Madeinusa (mai uscito in Italia). La teta asustada è stato selezionato per il 59° Festival di Berlino, dove ha vinto l’Orso d’oro e il premio FIPRESCI e ha poi ricevuto la candidatura ai Premi Oscar 2010 nella categoria miglior film straniero.

paloma madreNelle scene iniziali, la madre che sta per morire dice col canto alla figlia Fausta quello che lei ha ereditato e che porta la ragazza a provare un vero terrore verso gli uomini, tanto da adottare una difesa incredibile contro la violenza: la giovane tiene introdotta nella vagina una patata. Questo espediente realistico e rozzo è naturalmente un pericolo per la salute nonché un fenomeno che costringe Fausta ad espellere con ribrezzo i germogli del tubero. I fatti sono espliciti, ma nel racconto tutto è suggerito con modi discreti e molto pudore. La storia, impastata di tanti elementi, dalla superstizione alla poesia, procede per metafore e atmosfere diverse messe a confronto. La cinepresa si sposta soprattutto tra due ambienti: la casa signorile, dove la protagonista è andata a servizio per poter fare un degno funerale alla madre, e il barrio dove ritorna alla fine del lavoro e dove vive con lo zio e la famiglia. La villa padronale è ombrosa, bene ma cupamente arredata; solo la voce del pianoforte e il canto di Fausta, sollecitato dalla padrona concertista, rompono il silenzio all’interno. Fuori, nel giardino lussureggiante, si muove il giardiniere Noè, che spia la selvatichezza della ragazza e vorrebbe fare amicizia, ma lei sfugge e si mostra appena, preda com’è delle sue angosce. Ma Noè osserva, ascolta, comprende e rispetta le sue paure e riuscirà ad aprire un varco. Il ritmo di queste inquadrature è lento, alcune immagini in primo piano sono dei veri ritratti d’autore. La realtà del barrio, che sorge su una piccola altura desertica, priva di ogni vegetazione, è invece viva e vivace; è il luogo della gente umile che crede ai riti e li perpetua, in modo colorato e anche eccessivo. Sono indigeni che aderiscono alla vita con naturalezza, e vivono intensamente, e uniti, ogni cerimonia, funebre o gioiosa. Il film si snoda perciò con una scansione diversa rispetto al luogo dove il personaggio si muove e procede fino a giungere ad una attenuazione della angosce. Fausta infatti dà inizio a una presa di coscienza dell’essere viva e donna. Si libera del suo “rimedio” artigianale e riporta la salma della vecchia madre verso il mare, in un finale bellissimo e commovente, che porta a guardare avanti.

Grande entusiasmo dunque da parte di chi ha proposto e poi presentato il film, che lo ha rivisto per l’occasione restandone ancora di più stupito e coinvolto e apprezzandolo sempre e ancora di più. E questo ha portato a una considerazione generale sul cinema: vedere e rivedere un film fa davvero capire che lavoro ci sia dietro alla realizzazione di un’opera cinematografica.

Un film per alcuni disperato, angosciante e doloroso, soprattutto per una donna, che non può fare altro che immedesimarsi nel terrore di una violenza subita o direttamente o indirettamente, dall’essere feto in poi, “succhiando il latte della paura”. E in questo dolore si viene lanciati immediatamente dalla prima sequenza, con il canto della madre morente: una nostra cinefila ha sottolineato quanto sia raro trovare un film che inizi in modo così drammatico. Un sofferenza raccontata però in modo poetico, per alcuni troppo lento, per altri invece la lentezza è la cifra stilistica del film, che nello stile ha appunto il suo punto di forza, nella fotografia e nella luce, nel suo susseguirsi di bellissime immagini/quadri.

Le riserve al film si possono invece riassumere in due punti: pur apprezzando lo stile e l’anima della pellicola, c’è chi, non amando il realismo magico tipico della letteratura e cinematografia sudamericana, ha trovato grottesca e stereotipata la storia qui narrata; c’è chi ha trovato vecchio e un po’ stucchevole il dualismo povertà /ricchezza e quello che porta con sé: la felicità, il colore, l’allegria, il folklore e il chiasso della vita del barrio contro il silenzio e la pesantezza nella vita del bianco ricco e cattivo. Certo, il personaggio della pianista che dà lavoro a Fausta è un brutto personaggio, simbolo in fondo del conquistatore che ti blandisce e poi ti castiga. La pianista ha rubato la canzone a Fausta e ne ha fatto un successo strepitoso per il suo concerto, così come il conquistatore ha rubato la terra agli indigeni.

Il personaggio che media questo dualismo è il giardiniere Noè, che con il suo silenzio, la sua pacatezza, il suo lavoro sereno, è un personaggio chiave a metà tra il folklore dell’indigeno e la freddezza del ricco. Un gran bel personaggio, simbolo di vita semplice nel senso più positivo del termine e simbolo forse di felicità vera, molto più di quella rappresentata dal matrimonio tutto colore e allegria, foto e schiamazzi dei parenti di Fausta.

Un film che comunque non si dimentica. L’espediente della patata, che per qualcuno è stato sconvolgente tanto da far tornare i brividi sulla schiena al solo pensiero, per un altro nostro cinefilo è stato veramente il colpo di genio, la trovata registica forte per un film che altrimenti avrebbe potuto essere l’ennesimo film sulle dittature sudamericane.

E non si dimentica il canto della protagonista e il suo viso bellissimo e triste. Lei è bella, bella come deve essere bella una donna.

 

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