Rachel sta per sposarsi. Omaggio a Jonathan Demme.

Con la sensibilità che contraddistingue il nostro gruppo di cinefili, si è deciso insieme di omaggiare, per l’incontro di giugno, un grande regista che ci ha lasciato durante il mese di aprile: Jonathan Demme. Una sensibilità di pensiero che ancora una volta, sempre di più, si è rivelata nella discussione, mai così appassionata e calorosa, a tratti anche molto forte e potente.

Rachel sta per sposarsi è il film del grande cineasta che abbiamo visionato e discusso. Una pellicola di difficili, complicati, dolorosi, rapporti familiari. Un tema, dunque, nevralgico che ha toccato tutti e ha portato ognuno a tirare fuori qualcosa di sé e del proprio vissuto, con una passione e una partecipazione entusiasmante, anche se, sì, persino, in qualche momento, dolorosa. C’è chi ha pianto alla visione, chi si è arrabbiato, chi è riuscito ad astrarsi pur sentendo un grande afflato verso uno o l’altro dei componenti della famiglia, chi ha ragionato, chi si è sentito sfinito. E poi, nella serata di discussione, ognuno ha portato il frutto di queste emozioni, sensazioni e riflessioni, ognuno ha portato un importante contributo, ha notato particolari, ha dato un suo senso a momenti e scene del film. Scintille di pensieri che divampavano in fuochi, un pensiero ne portava un altro, ampliato e sfaccettato.

Questo è merito anche di una grande regia, che, con una scelta stilistica ben precisa, ci ha fatto entrare letteralmente nel film. Con tutti i pro e i contro del caso. In effetti parecchi di noi si sono sentiti a tratti, come si diceva, sfiniti, ed estenuati.

Jonathan Demme, scomparso ad aprile per un cancro all’esofago, ha avuto una lunga e variegata carriera, iniziata un po’ in sordina e poi esplosa con Il silenzio degli innocenti, del 1991, uno dei pochi film nella storia degli Oscar a vincere in tutte le categorie principali: miglior film, miglior regia, migliore sceneggiatura, migliore attore protagonista e migliore attrice protagonista. Due anni dopo, Philadelphia, ha portato nuovamente Demme agli Oscar, con un premio per Tom Hanks come miglior attore protagonista. Parallelamente alla carriera di regista di fiction Demme è stato documentarista firmando soprattutto, ma non solo (vedi The Agronomist) film musicali, su Neil Young, a cui era legato da amicizia e stima, Enzo Avitabile, Justin Timberlake, nonché proprio videoclip, per esempio per i Talking Heads. L’ultimo film della sua carriera è la commedia rock con Meryl Streep Dove eravamo rimasti.

Stile documentaristico e musica (e molto, molto altro) confluiscono in Rachel sta per sposarsi. Demme ha dichiarato di essere rimasto molto colpito dai film del movimento Dogma di Lars Von Trier e di essersi ispirato ad essi nella realizzazione di Rachel: dunque uso della camera a mano, immagine sgranata, alto grado di naturalezza e immediatezza e grande spazio all’improvvisazione degli attori, limitando al massimo le prove e soprattutto non pianificando in alcun modo i punti di inquadratura, dando l’impressione di avere a che fare con “il più bel filmino casalingo” mai realizzato. La troupe diviene famiglia, dentro una casa/set che spinge il cast a condividere per cinque giorni l’esperienza di vivere insieme. Con i musicisti, veri, che suonano incessantemente fuori in giardino, o al piano di sotto… Gli attori sono così liberati dal perfezionismo della sceneggiatura che è una esplosione di energia emozionale allo stato puro, scritta dalla figlia di Sidney Lumet, Jenny, insegnante e scrittrice di teatro di talento.

Kym (una splendida interpretazione di Anne Hathaway), tossicodipendente e molto problematica in rehab, torna a casa per il matrimonio della sorella Rachel, che sta per sposare Sidney, un musicista di colore che vanta amicizie in tutte le etnie del mondo, che sono equamente distribuite tra gli invitati/ospiti/organizzatori della cerimonia. Nozze decisamente fuori ogni schema e anti-convenzionali, che ricordano molto piacevolmente un bazaar multietnico e folkloristico dove si mescolano colori, aromi, stoffe, musica e danze provenienti da ogni parte del mondo. Il matrimonio tra Rachel e Sidney rappresenta, dunque, anche un matrimonio di usi e costumi, di etnie differenti che si uniscono.

Il padre e la nuova moglie la accolgono subito amorevolmente, la sorella pure ma subito affiorano vecchi problemi e incomprensioni. La madre la incontrerà successivamente… Il ritorno a casa di Kym fa da detonatore per i conflitti e per una grande tragedia irrisolta che, si intuisce, ha spezzato e disgregato la famiglia, ora in un fragile equilibrio. Una tragedia che viene svelata piano piano, fino ad una drammatica confessione durante una seduta di Kym in terapia di gruppo. La tossica, arrogante, accentratrice, bugiarda e spesso odiosa, ma tanto fragile e sofferente Kym è ritenuta (e si ritiene) responsabile della morte del fratellino, a lei affidato dalla madre mentre era in uno stato alterato. Ma è davvero lei la responsabile?

Mentre fervono i preparativi, tra scelta degli abiti delle damigelle, cena di prova, sedute di terapia di gruppo, incontri/scontri tra sorelle, padre e figlia, madre e figlia, scene più divertenti, scene di estenuante realismo (la cena preparatoria, i balli del matrimonio) e scene di un pathos e di una drammaticità che prendono il cuore, esplodono i drammi e si squarciano i veli, verso un finale non completamente definito e risolto ma, quasi per tutti, che in qualche modo ricompone il dramma e fa capire che una maggiore consapevolezza di sé e tranquillità riempie gli animi dei protagonisti. Forse, ogni cosa, in qualche modo, è tornata al suo posto.

Tantissima carne al fuoco, dunque, in questo film, che per qualcuno del gruppo è stato anche un difetto del film stesso. I piani nelle nostra discussione si sono continuamente intersecati tra il commento a un’opera cinematografica a commenti sentiti su storie di vita sentita. Ci siamo infervorati sulla vicinanza e le affinità verso uno piuttosto che un altro componente della famiglia. Kym ha suscitato fortissimi sentimenti sia di repulsione sia di compassione. Lo stesso vale per Rachel. C’è chi ha “parteggiato” per l’una, chi per l’altra. La madre, una donna “di gelo” (una grande Debra Winger)ha acceso gli animi e ci ha diviso: è sempre stata così anaffettiva o il suo atteggiamento freddo è solo dovuto al grave lutto, che non ha mai superato e sicuramente è l’unica della famiglia che non lo supererà mai, tenendo tutto trattenuto e compresso? Per alcuni è sempre stata anaffettiva, e così si spiegano i problemi di tossicodipendenza di Kym e gli accennati problemi col cibo di Rachel (che però è la figlia “brava”), per altri invece è resa così dallo shock. Kym e la madre, per qualche nostro cinefilo, sono solo una madre e una figlia traumatizzate che hanno reagito in modo diverso. La scena discussione tra loro due, una vera e propria resa dei conti, ha colpito al cuore tutti per il climax ascendente che ha spiazzato, come ha notato un nostro cinefilo: il regista ci ha narrato un personaggio che sembrava non potesse esplodere e invece nello scontro con la figlia ha raggiunto un pathos sconvolgente.

Una figlia, Kym, che in questo ritorno a casa, per alcuni, non cercava altro che l’incontro con la madre, il suo perdono e, anzi, la richiesta urgente di essere liberata dal peso insopportabile che ha sempre portato: la responsabilità della morte del fratellino. Perché la madre lo ha affidato a lei pur sapendo che non era lucida, ma sotto l’effetto di alcool e sostanze stupefacenti? Purtroppo però una riconciliazione tra loro sembra proprio che non ci potrà mai essere, non è possibile.

C’è poi chi ha provato grande empatia con il padre, incessantemente attento a Kym e portatore su di sè di un senso di mediazione per tutti i conflitti familiari. Qualcuno ha sentito proprio la sua fatica e il suo affanno, nel voler mettere sempre tutto a posto; emblematica e metaforica la scena della lavastoviglie: lui è quello che mette ordine e pulisce.

C’è chi ha apprezzato invece solo la parte “etnica”, il funerale multirazziale, le musiche, i colori, le danze, mentre per qualcun altro è stato la parte più sfibrante e noiosa, sebbene interessante musicalmente.

Tutti hanno amato il finale, dimostrando di aver percepito anche le piccole sfumature e i piccoli gesti, gli sguardi, i sorrisi… il senso di colpa si alleggerisce e se ne va come la lanterna sull’acqua, il piccolo saltello di Rachel, quando Kym torna al rehab coscientemente e in qualche modo cambiata, e se ne va verso i musicisti, che continuano a suonare.

Sostanzialmente, un film in cui si parla tanto d’amore, un amore tangibile sotto i drammi, i problemi, le crisi, le incomprensioni. E chiosiamo con l’amore, così come lo citano gli sposi nelle promesse di matrimonio che si scambiano: «La misura di una vita bella non è data da quanto tu sia amato, ma da quanto amore sei riuscito a dare».

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Good night, and good luck

Quello che sto per dire a molti non piacerà. Quando il discorso sarà terminato alcune persone potranno accusare questo reporter di sputare nel piatto in cui mangia. E la vostra organizzazione potrà essere accusata di aver dato ospitalità a delle idee eretiche e addirittura pericolose. Ma la struttura articolata di network, agenzie di pubblicità e sponsor non subirà scossoni, né sarà alterata. È mio desiderio e mio dovere parlare a tutti voi apertamente di ciò che sta accadendo alla radio e alla televisione, e se quello che dico è irresponsabile, allora io solo sono da ritenere responsabile. La nostra storia sarà quella che noi vogliamo che sia. E se fra cinquanta, o cento anni degli storici vedranno le registrazioni settimanali di tutti e tre i nostri network, si ritroveranno di fronte a immagini in bianco e nero o a colori, prova della decadenza, della vacuità e dell’isolamento dalla realtà del mondo in cui viviamo. Al momento attuale siamo tutti grassi, benestanti, compiaciuti e compiacenti. C’è un’allergia insita in noi alle notizie spiacevoli o disturbanti, e i nostri mass media riflettono questa tendenza. Ma se non decidiamo di scrollarci di dosso l’abbondanza e non riconosciamo che la televisione soprattutto viene utilizzata per distrarci, ingannarci, divertirci, isolarci, chi la finanzia, chi la guarda e chi ci lavora si renderà conto di questa realtà quando ormai sarà troppo tardi per rimediare.

Questo è il discorso, tenuto nel 1958, dal giornalista televisivo della Cbs Edward R. Murrow a un gruppo di colleghi. Ed è l’inizio, nonché il nocciolo, il nucleo e il senso, del film oggetto di discussione dell’incontro di maggio del nostro cinegruppo: Good night, and good luck, pellicola del 2005 diretta da George Clooney (che non ha bisogno di presentazioni), qui alla sua seconda regia. Il film è stato presentato alla Mostra del cinema di Venezia, dove ha riscosso molto successo e ha ricevuto il premio Osella per la migliore sceneggiatura (George Clooney e Grant Heslov) e la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile (indubbiamente meritata, secondo il giudizio unanime di tutti) a David Strathairn, nel ruolo appunto di Ed Murrow. Incisivo, perfetto, con la sua sigaretta in mano e un’oratoria catalizzatrice.

Come è stato evidenziato, l’attore/regista/e tanto altro ancora George Clooney, figlio di giornalista, dirige un film di impegno politico e allo stesso tempo un omaggio al lavoro del padre, ai suoi stessi studi e alla sua volontà di sostenere certe idee e certi valori. L’argomento scelto è di quelli delicati, spesso dibattuti: le prime battaglie del giornalismo televisivo, agli inizi degli anni Cinquanta, durante l’epoca della famigerata “caccia alle streghe” voluta dal senatore Joseph Mccarthy, presidente della “Commissione per le attività antiamericane” e responsabile delle cosiddette liste nere contenenti i nomi dei simpatizzanti comunisti. Per estensione, l’argomento è di quelli sempre attualissimi sul ruolo dell’informazione e della televisione.

Il film si basa sulla storia vera del giornalista Edward Murrow che, nel 1953, mentre la televisione sta iniziando a imporsi all’attenzione del pubblico, conduce sulla CBS il notiziario “See it now” (che conclude sempre con la frase Buonanotte, e buona fortuna, da cui il titolo del film) e il talk show “Person to Person”, di grande successo. Edward si sente però più a suo agio nei panni del cronista e si appassiona al caso di un pilota della marina militare cacciato dall’esercito perché considerato a rischio per la sicurezza nazionale e poi dichiarato colpevole senza alcun processo. Murrow divulga la notizia facendo entrare in scena lo stesso senatore McCarthy e, con un potente gioco di squadra di tutta la redazione (tutti i ruoli sono rilevanti; tutti sono impavidi e collaborano con entusiasmo; Clooney da regista si è ritagliato una parte marginale, il ruolo del produttore del programma), con coraggio e determinazione porta avanti la sua battaglia, avendo alla fine in qualche modo ragione sul senatore, pur pagando qualche prezzo lavorativo.

George Clooney, per mettere in scena questi contenuti, si dimostra particolarmente attento all’aspetto visivo e sceglie una forma molto sofisticata, con un bianco e nero di grande effetto, perfettamente in linea con la trovata alla base del film di fare interagire la finzione con la realtà. Il senatore Joseph McCarthy è infatti interpretato dal vero Joseph McCarthy, attraverso spezzoni di filmati d’epoca. Il film, girato tutto in interni, è giocato prevalentemente sul contrasto (a distanza) tra lui e il giornalista, portatore di un punto di vista coraggioso sul ruolo del cronista, attuale allora come oggi, cioè colui che dovrebbe informare il pubblico senza i vincoli di condizionamenti politici ed economici.

Chi scrive, pensava che gli aggettivi “elegante”, “raffinato”, “sofisticato”, “rigoroso”, “asciutto”, “sobrio”, nonché, semplicemente ed essenzialmente, “bello” sarebbero stati usati e abusati da tutti i componenti del gruppo nel parlare di questo film. Invece no. Cioè, tutti abbiamo riconosciuto il rigore e l’eleganza dello stile che ha dato credibilità, e continuità, alla narrazione, sempre coerente, fluida in tutti i suoi elementi, dalle concitate riunioni di redazione, alle immagini di repertorio, agli intermezzi cantati. Tutti abbiamo ragionato sul contenuto, fatto paralleli con l’informazione di oggi, ognuno ha posto l’accento su qualcosa, eppure sostanzialmente nessuno si è sperticato in aggettivi esaltanti né ha mostrato troppo entusiasmo.

Due nostre cinefile lo hanno proprio bocciato. Una ha fatto fatica a seguirlo, ha trovato pesanti tutti i monologhi del giornalista (dubbio: colpa del doppiaggio?) e ha provato fastidio di fronte a questo film cosi ben confezionato, tanto infarcito di bontà e beltà da non lasciare niente, solo noia. Un’altra lo ha trovato banale, soprattutto nel suo impianto: cappello iniziale, svolgimento con la storia del caso giornalistico, più il capro espiatorio suicida, più la storia d’amore nascosta, epilogo finale. Inoltre, ha osservato, e non è stata la sola, che George Clooney ha fatto un film troppo politically correct, troppo perfetto, troppo preciso e in linea con un percorso studiato per costruirsi un certo tipo di carriera: l’attore/regista impegnato e progressista che mira lontano.

Più o meno tutti gli altri componenti del gruppo hanno trovato il film interessante per l’argomento trattato, ma poco incisivo, per qualcuno piatto, statico, ricco sì di elementi perfetti che però non hanno lasciato molto, neanche la curiosità di saperne un po’ di più sul maccartismo, che tanto ha impregnato un pezzo di storia americana.

C’è stato anche chi lo ha apprezzato, però. Per aver messo in evidenza un tipo di giornalismo raffinato e combattivo, e soprattutto di inchiesta, lontano dall’urlato e dalla rissa voluta e cercata dei nostri giorni. C’è chi ha sentimentalmente pensato a ricordi di famiglia, apprezzando il ritmo di questo tipo di film americani, con attori stratosferici che è un piacere ascoltare e notando che una volta la Tv era l’unico mezzo per portare la verità a conoscenza di tutti (vedi i processi di McCarthy), mentre, con una brutta involuzione, ora porta solo menzogna. E già negli anni ’50 le menti illuminate come il giornalista Murrow avevano intuito, in una televisione appena nata, i pericoli a cui si sarebbe potuto andare incontro (e che si sono verificati). Infatti, ha aggiunto, un’altra nostra cinefila, questo film non parla in buona sostanza del maccartismo, ma più che altro lo prende a pretesto per fare luce su un certo tipo di giornalismo e di televisione. Murrow (a cui è dedicata una targa negli studi della CBS con la dedica: “ha raggiunto vertici che rimangono insuperati”), ha avuto il coraggio di mettersi in gioco, supportato da una squadra fantastica. Ecco, alla nostra partecipante è piaciuto molto l’accento posto sul gioco di squadra, su un affiatamento umano senza il quale non sarebbe stato possibile raggiungere quel risultato.

Esattamente di parere contrario a questo un’altra nostra cinefila, che, puntando la sua attenzione sul suicidio del giornalista conduttore di un altro programma dell’emittente, ha percepito la poca umanità dell’ambiente giornalistico, e quindi quanto poco senso di squadra ci fosse al di là del fine nobile che tutti perseguivano.

Proprio come il film, apriamo e chiudiamo questo resoconto con le parole di Murrow, che per tutti, aldilà dell’opinione sulla pellicola, sono pregnanti e importanti:

Elogiamo l’importanza delle idee e dell’informazione… Questo strumento può insegnare e illuminare, può anche essere fonte di ispirazione, ma potrà esserlo solo se l’essere umano deciderà di usarlo per questi scopi, altrimenti non è che un ammasso di fili elettrici in una scatola.

 

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Buon secondo compleanno, cinegruppo! Una promessa mantenuta, con LA SPOSA PROMESSA

Di bene in meglio. Gli incontri mensili del nostro cinegruppo sono ogni volta più intensi, articolati, ricchi di spunti e di opinioni differenti, e proprio per questo frizzanti e stimolanti. Non potevamo festeggiare meglio il compleanno del gruppo cinema della Biblioteca San Giovanni; la discussione del film designato è stata davvero la ciliegina sulla torta del nostro compleanno: due anni volati con piacere, come vola con gusto la migliore delle pellicole.

Quale film ci ha stimolato così tanto? Il bellissimo La sposa promessa, israeliano, anno 2012, scritto e diretto dalla regista Rama Burshtein, qui al suo esordio. Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, la sua interprete, Hadas Yaron, ha vinto la Coppa Volpi come migliore attrice protagonista. La pellicola, inoltre, è stata anche selezionata per l’Oscar al miglior film straniero. Non è il primo film israeliano in odore di Oscar, ma sicuramente il primo che racconta dall’interno uno spaccato di vita di una famiglia ebrea ultra ortodossa della comunità chassidica di Tel Aviv. Nata a New York e trasferitasi in Israele, la regista Rama Burshtein appartiene infatti a questa comunità: una comunità in cui, racconta, “viviamo pacificamente accanto ai nostri vicini laici. Noi non interferiamo nelle loro vite, e loro non interferiscono nelle nostre”.

Shira ha 18 anni, è figlia di un rabbino della comunità Chassidim e sorella minore della bellissima e adorata Esther, che attende un figlio dall’altrettanto bel marito Yochai. Sposarsi è l’obiettivo più importante per una donna, nella comunità (ma, è stato notato dai nostri cinefili, è altrettanto importante per un uomo trovare una moglie). Shira non conosce il futuro coniuge: sua madre glielo mostra a distanza, al supermercato. Alla ragazza piace ed è felice, eccitata ed entusiasta. Purtroppo però, tutto si blocca: durante la festività ebraica del Purim, Esther ha un malore e muore dopo il parto. Yochai resta dunque solo con il bambino, di cui si occupano con amore anche Shira e la sua famiglia, e viene invitato a risposarsi presto. La prospettiva che possa andarsene con il nipotino in Belgio, dove ha una nuova moglie promessa, spinge la madre di Shira a proporre alla figlia di sposare il cognato. Da qui il travaglio della ragazza: deve esaudire o meno il fervido desiderio della madre e della famiglia? Dopo colloqui con Yocahi, con i genitori, con il rabbino capo (tutte le vicende della comunità, nascite, matrimoni, morti, vedovanze, fino all’acquisto di un bene come un forno, vengono sottoposte all’autorità per eccellenza, il rabbino capo appunto), dopo tormentati pensieri e ripensamenti, Shira decide di sposare Yocahi e il film si chiude proprio con il loro matrimonio e l’inizio del loro primo momento di intimità. Sul finale ci torneremo, perché per tutti è davvero bellissimo ed emozionante, anche se il tipo di emozione non è stato uguale per tutti, anzi, ha suscitato sentimenti decisamente agli antipodi.

Il film è piaciuto a tutti, e anche parecchio, poi qualcuno lo ha amato totalmente vedendolo, appunto, come un film d’amore e c’è chi invece è rimasto disturbato e irritato, se non spaventato, ma sempre molto interessato per il mondo che ci fa conoscere. Un mondo chiuso (anche come spazi: è quasi tutto girato all’interno delle case) di forte religiosità, il mondo di una comunità regolata da riti e precetti, il cui rispetto formale è inteso in tutto e per tutto come sostanziale, e dove le gerarchie sono ferree.

All’interno di questa rigidità, una libertà personale è possibile? L’individuo può comunque esprimere se stesso? Secondo alcuni nostri cinefili sì. La scelta di Shira sembra imposta, ma in realtà il suo parere viene sempre ascoltato, lei è una ragazza sveglia, istruita e comunque indipendente e alla fine la sua è una scelta del cuore e d’amore. La scelta di una giovane ragazza che si affaccia alla vita e che in fondo è sempre stata interessata a questo affascinante cognato (il fatto che sia tanto bello forse è un preciso segnale, una precisa scelta registica). Una delle scene più intense è stata giudicata una conversazione che ha con Yocahi, in cui si percepisce quasi la sua paura di non essere corrisposta, cosi come si percepisce, nel finale, la sua paura di ragazza giovane e inesperta di fronte a un uomo più grande. Per questi motivi le nostre cinefile hanno considerato La Sposa promessa un film pieno di grazia e di poesia. Una storia d’amore universale e di amore della comunità, che non sopprime i caratteri e i desideri. Un film sulla libertà e suoi limiti della stessa. Un film di folgorante bellezza.

All’opposto, c’è chi non ha visto affatto amore in questa scelta, ma solo imposizione e costrizione. Ed è rimasto infastidito da tutta questa ortodossia, questa chiusura, questa rigidità. Tra l’altro in netto contrasto con le scelte estetiche registiche, i colori, lo sfumato. Per una nostra cinefila la regista non ha proprio centrato l’obiettivo: voleva raccontare dall’interno una realtà che vive ogni giorno, ma in realtà ha edulcorato e falsato il tutto, con la troppa bellezza e l’esagerato senso estetico. C’è chi ha visto la sottomissione della donna e c’è chi addirittura ha patito molto nel finale, non riuscendo proprio a vedere nessun sentimento di gioia mista a imbarazzo della giovane ragazza, ma solo paura, vera paura, quasi terrore, e sensazione di essere stata messa all’angolo, al muro. Un finale quasi da film dell’orrore, per pesantezza emotiva.

Qualcun altro ha invece sottolineato che, non essendo un film di denuncia, le scelte estetiche forse “edulcoranti” ci stanno e un’altra cinefila ha aggiunto che in un film la parte estetica è importante:i colori, i visi, i primi piani, le espressioni che raccontano il dialogo. Qualcuno ha citato ad esempio di superba scelta stilistica la scena della circoncisione, bellissima, ripresa dall’alto, accompagnata da una musica altrettanto potente e iconica.
Che si può capire l’irritazione per le regole ferree religiose, ma il film è stato geniale e delicatissimo nel farci entrare in una situazione e in una realtà ai più sconosciuta. C’è chi non ha visto la sottomissione della donna, ma anzi la sua supremazia (vedi la forza della madre). Se l’obiettivo è sposarsi, lo è altrettanto per l’uomo. Le costrizioni, eventualmente, riguardano tanto l’uomo quanto la donna. Il titolo originale del film è Fill The void (riempi il vuoto): per una nostra cinefila il vuoto è quello dell’uomo, che non può rimanere solo. Sul titolo originale sono stati spesi molti e molti altri pensieri. E’ il vuoto lasciato dalla sorella morta? E’ dunque il vuoto della morte? O è il vuoto d’amore?

Ecco, tanti interrogativi e altrettanti tentativi di risposta: per questo, per un’altra nostra cinefila, la regista ha invece centrato appieno il suo obiettivo: seminare dei dubbi per un confronto. E noi, infatti, tanto abbiamo parlato e tanto ci siamo confrontati. Imposizione e costrizione della religione e di un modo di vita, individuo e collettività, libertà e i suoi limiti, comunità che opprime e comunità che allevia le pene abbracciandoti e accogliendoti sempre in ogni situazione, lontananza e vicinanza di culture, senso di appartenenza che ti fa annullare e essere remissivo, senso di appartenenza che ti rende più forte.

Chiudiamo con due potenti citazioni dal film, che tanto hanno colpito e sono rimaste in mente.

“L’Onnipresente vi conforti tra chi è in lutto a Sion e a Gerulasemme, e che non dobbiate conoscere più il dolore.”

“Beato colui che in tutta la sua vita dice una parola di verità al Signore.”

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Cosa ho fatto io per meritare questo

Cosa ha fatto il cinegruppo per meritarsi questo? Si è chiesta sostanzialmente una nostra cinefila, aprendo l’incontro di marzo del nostro gruppo. Con una battuta, che chi scrive si permette di fare, entriamo nel vivo della discussione, parafrasando il titolo del film scelto tra i quattro proposti del regista spagnolo Pedro Almodòvar (ogni tanto ci diamo alle monografie, o per attore, o per regista): Cosa ho fatto io per meritare questo? Chiaramente, alla nostra partecipante la pellicola non è piaciuta affatto, tanto da considerarla la più brutta vista e discussa nei due anni di vita del nostro gruppo, nonché la più brutta da lei vista negli ultimi anni. Un inzio col botto. E anche inaspettato.

Tutti, infatti, avevano accolto con entusiasmo l’idea di mettere sotto la lente della nostra attenzione un regista amato come Pedro Almòdovar. Questo film aveva poi vinto alla votazione con parecchie preferenze: più o meno tutti erano curiosi di vederlo, essendo uno dei primi del cineasta e non proprio il più noto. Ci si aspettava che tutti lo amassero. Ci si aspettava di divertirsi molto durante la visione. Nessuna delle due cose è successa così fortemente per tutti. E per fortuna, diciamo. Perché così le nostre serate sono sempre sorprendenti, variegate, ricche di considerazioni e spunti di riflessione. Perché, se alla nostra partecipante, e anche a qualcun altro, il film non è affatto piaciuto, c’è invece chi lo ha molto apprezzato e ha colto in nuce tutte le caratteristiche meravigliose che sono esplose poi negli anni, durante la lunga carriera del regista spagnolo, che ha raccontato la vita in tutte le sue sfumature, in tutte le sue assurdità, con provocazione e corrosività, rendendo difficile scindere il tragico e il comico, con sceneggiature originali, ritmiche e piene di invenzioni, divertite, divertenti, grottesche e feroci. E piene di umanità. E con una “famiglia di attori”, più che con un cast.

Cosa ho fatto io per meritare questo? è il quarto lungometraggio, datato 1984, del geniale (sì, è indiscutibilmente geniale, con una ricca filmografia composta di film che rasentano il capolavoro e alcuni, ovviamente, più in sottotono) Pedro Almodòvar. Protagonista: Carmen Maura (che negli anni Ottanta è stata unica e autentica musa del regista) che interpreta Gloria, una casalinga che vive con marito, due figli e la nonna (mamma del marito) in un casermone alla periferia di Madrid, in un piccolo a angusto appartamento/loculo. Una vita squallida tra soldi che non bastano mai, un marito assente e gretto, due figli quasi adolescenti di cui uno spacciatore e l’altro che intrattiene rapporti omosessuali con i padri dei suoi amici. Per sbarcare il lunario lei fa le pulizie anche in altre case. Alla storia principale si intersecano altre sottotracce. Come ha osservato una nostra cinefila, è come se nel film ci fossero tante altri film, tante altre sceneggiature pronte per essere sviluppate. Nello stesso stabile vivono, tra gli altri, due donne: una prostituta sognatrice e una madre acida e terribile, che odia la figlioletta con poteri telecinetici. Ci sono poi le storie di una coppia di pseudointellettuali scrittori da cui Gloria va a servizio e una cantante tedesca di cui il marito di Gloria è stato innamorato quando abitava in Germania.

Spazi claustrofobici, situazioni iperboliche, personaggi/maschera, miseria e tristezza, oppressione e maschilismo, situazioni grottesche che solo in rari momenti strappano il sorriso. Per questo e altro la nostra cinefila ha bocciato il film, con un’altra nostra partecipante completamente d’accordo. Secondo loro un film che non dà niente se non bruttezza, nessun appiglio positivo, niente di buono, solo tristezza disarmante e desolazione, nessuna umanità, niente di emozionante. Un po’ di luce solo nel rapporto nonna/nipote e nella figura della prostituta sognante. E nessuna voglia di ridere per situazioni che, anche se proposte in tono grottesco, nella realtà farebbero solo male al cuore. Come la visione dei ragazzini.

Il figlio (età non definita, ma poco più che decenne) omosessuale sta, tra l’indifferenza della famiglia, per non dire approvazione, con i padri degli amici e a metà film viene affidato con naturalezza dalla madre, per avere una bocca in meno da sfamare, “alle cure” del dentista pedofilo. La figlia della vicina viene maltrattata dalla madre arcigna e insoddisfatta. Per le due nostre partecipanti questo è inconcepibile anche se trasfigurato nel grottesco, anche se lo mette in scena Almodòvar. Anche qualcun altro, pur apprezzando il film, ha fatto fatica a reggere queste situazioni e si è chiesto se sia lecito scherzare su questi argomenti. La scena del dentista pedofilo è in effetti surreale/grottesca, e provocatoria, ma per alcuni inaccettabile comunque, per altri invece una giusta denuncia sociale fatta in modo non noioso, ma anzi folcloristico e chiassoso (certamente non comico): il regista non legittima la pedofilia, materia lancinante e drammatica, la sta semplicemente raccontando. C’è, esiste, soprattutto in certe realtà. E va affrontata. Se si considera che questo film è uno dei primi del regista, se si considera che è stato fatto poco dopo la fine della dittatura di Franco, secondo il nostro cinefilo, non ci si può che inchinare. Almodòvar, facendo emergere, proprio in quegli anni, il substrato della società spagnola, fa una chiara denuncia, cioè una presa d’atto, e contribuisce alla modernizzazione della Spagna.

Dunque il film è stato anche molto apprezzato, considerato un film di sperimentazione, con mille spunti interessantissimi e tipiche “genialate” almodovariane: molto amata l’idea del marito di Gloria che sa copiare le scritture di tutti; il ramarro raccolto da nonna e nipote testimone di tutto e per un nostro cinefilo simbolo del male e del brutto; la metafora della dittatura nascosta dietro il rapporto terribile tra madre e figlia (le vicine di casa). E il finale, per qualcuno davvero fantastico, con la dissolvenza dell’ultima sequenza, costruita su inquadrature di varia lunghezza, in cui il balcone dell’appartamento di Gloria (dal quale lei sicuramente averebbe voluto gettarsi) diviene man mano più piccolo, risucchiato infine dall’alienante quartiere della periferia di Madrid (voluto da Franco nel periodo del boom economico degli anni Sessanta), dove, come ha notato una nostra partecipante, dietro ogni finestra ti immagini un mondo tremendo. E, per un filo di speranza, il ritorno a casa del figlio piccolo lasciato al dentista, che per qualcuno non è altro che lui, Pedro Almodòvar.

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La donna del tenente francese. Passione ieri e oggi

Il cinegruppo ha aperto il 2017 con una bellissima e interessante discussione, tanto bella, interessante e articolata (e anche divertente) che, lo diciamo subito, è impossibile da riportare e riassumere. Ci limiteremo a darne qualche spunto e invitiamo alla visione del film. I nostri cinefili che non lo avevano apprezzato, anzi che si erano profondamente annoiati durante la visione, se ne sono andati con la voglia matta di rivederlo alla luce di quanto detto.

dtf-copertinaMa di che film stiamo parlando? Ecco la risposta: La donna del tenente francese, scelto tra una rosa di melodrammatici/sentimentali, come suggerito da un volume che in biblioteca usiamo molto: Melò di Maurizio Porro, edito da Electa. Una fonte importante, che fa parte di una serie di volumi che esplorano i vari generi cinematografici, cosa che il cinegruppo sta facendo.

La regia della pellicola (del 1981) è firmata da Karel Reisz mentre la sceneggiatura è di un mostro sacro: Harold Pinter, che ha vinto il David di Donatello 1982 per la miglior sceneggiatura straniera. Protagonisti: Jeremy Irons e Meryl Streep, che si è aggiudicata il Golden Globe come migliore interprete di un film drammatico ed è stata candidata all’Oscar 1982 (una delle sue innumerevoli candidature) come migliore attrice protagonista. Le altre nomination del film: sceneggiatura non originale, scenografia, costumi e montaggio.

La donna del tenente francese è tratto dall’omonimo libro del 1956 di John Fowles, considerato sia un capolavoro della letteratura, sia un romanzo post moderno in quanto l’autore interviene all’interno della storia quasi per “contenere” i protagonisti, creando un doppio livello, per un maggiore distacco. Lo sceneggiatore ha mantenuto il doppio livello ideando però una nuova soluzione: il “film nel film”.

Passato e presente, infatti, si intrecciano con due storie d’amore collegate da una finzione scenica che finisce per riprodurre la vita.

sarah-immPassato: Sarah è una donna anticonformista che, in una Londra vittoriana moralistica e convenzionale avvalora la diceria sulla sua “follia” e sul suo essere una “donna perduta” perché sedotta e abbandonata da un tenente francese, per essere libera. Charles, uno studioso “darwiniano” e quindi incline a trascurare gli aspetti artificiali e artificiosi dell’esistenza, non può che essere irrimediabilmente attratto da lei. L’uomo è disposto a rinunciare a tutto per seguire la donna, anche a mandare a monte il suo conveniente fidanzamento ed ogni prospettiva di affermazione e successo. Ma lei scompare. Lui la cerca disperatamente, e, quando dopo tre anni la ritrova la perdona immediatamente per la sua fuga e possono amarsi.

mark-e-annaPresente: si sta girando un film su questa storia e gli attori protagonisti, Mike e Anna, sono molto coinvolti nella parti che interpretano, hanno parecchio in comune con l’uomo e la donna della storia. Tra i due esplode la stessa passione fatale e sebbene entrambi sposati sembrano desiderosi di rinunciare a tutto per realizzare il loro sogno. Ma nella realtà Anna scompare lasciando il profumo indescrivibile di una rosa non colta.

Il film ad alcuni è piaciuto molto, alcuni ne hanno apprezzato delle cose, alcuni si sono soffermati sull’analisi di un personaggio in particolare, altri ancora lo hanno trovato lungo, noioso e difficilmente digeribile, tanto da non riuscire a finirne la visione. Ma, come si diceva, l’entusiasmo di chi lo ha amato e ha colto sfumature e particolari che non ha esitato a condividere, ha contagiato poi tutti, lasciando la voglia di rivederlo con altri occhi.

Particolare la fusione delle due epoche, il sovrapporsi di situazioni, sentimenti e anche piccoli particolari. I due attori vengono travolti dalla stessa passione dei protagonisti del film che recitano (anche se per una nostra cinefila l’intensità non è la stessa, la vera passione è quella della storia ottocentesca) e le trovate registiche di sovrapposizione sono interessanti: il marito di Anna/attrice è francese come il tenente “amante” di Sarah per esempio. Nella festa di fine film, poi, qualcuno è vestito con abiti normali, qualcuno in costume: ancora il sovrapporsi, per alcuni addirittura la confusione che regna nella testa e nel cuore di Mike, l’attore, che quando Anna se ne va, la chiama Sarah.

Già, lui, Charles/Mike Un nostro cinefilo si è concentrato molto sulla sua figura, in modo serio e anche un po’ ironico. Un uomo che, in entrambe le epoche, non sa quello che vuole e sembra un pesce fuor d’acqua ovunque sia. Nell’Ottocento incarna proprio la figura romantica dell’uomo che si perde per amore, ma addirittura in modo patologico; ai giorni nostri (anni ’70 in realtà) ugualmente non sa bene come muoversi e rimane in balia delle decisioni di Anna. Ma c’è chi, romanticamente ha commentato, è solo un uomo innamorato.

Anche la figura di Sarah/Anna è stata ben analizzata dai nostri cinefili. C’è chi ha visto Sarah come una donna forte che in epoca vittoriana si ritaglia un suo modo di andare contro tutto e tutti e di vivere in libertà, c’è chi l’ha trovata una brutta persona, quasi una strega, vanitosa ed egoista. Sicuramente però molto molto bella. Tutti sono rimasti colpiti dalla bellezza di Meryl Streep in questo film. L’attrice è amata e apprezzata sempre per la sua bravura, in questo film è davvero anche particolarmente bella.

Chiudiamo con un bella citazione, una frase che dice Sarah: “La mia sola felicità è quando dormo: quando mi sveglio, cominciano subito gli incubi”.

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Terrore dallo spazio profondo con L’invasione degli ultracorpi

Fantascienza! Il nostro gruppo di cinefili ha chiuso l’anno discutendo un film di un genere che non è amato e frequentato da tutti, ma che tutti, incuriositi, hanno deciso di esplorare, o provare a riprendere, o approfondire. E, come sempre, ne è scaturita una piacevole discussione, con pareri diversi, ma anche con un “cortocircuito” di base: chi conosce un po’ meglio la fantascienza pensa infatti che in realtà non sarebbe neanche da discuterne, che andrebbe presa per ciò che è, senza cercare spiegazioni. Ma noi siamo un cinegruppo, e discutiamo.

terrore-copIl film scelto è un classico, anzi, per meglio dire, un remake di un grande classico, diventato poi tale a sua volta: Terrore dallo spazio profondo, del 1978, diretto da Philip Kaufman. L’originale è L’invasione degli ultracorpi, per la regia di Don Siegel, il cui soggetto è tratto dall’omonimo romanzo di fantascienza di Jack Finey del 1955. Un film girato a basso costo e in bianco e nero che in seguito è diventato un film culto tanto che ne sono seguiti tre remake: Terrore dallo spazio profondo, appunto, Ultracorpi-L’invasione continua (1993, regia di Abel Ferrara) e Invasion (2007, regia di Oliver Hirschbiegel).

invasione-degli-ultracorpiNel film L’invasione degli ultracorpi il dottor Miles J. Bennell racconta al collega dottor Hill una storia allucinante. La cittadina di Santa Mira è stata invasa da extraterrestri che copiano perfettamente gli abitanti ai quali si sostituiscono durante il sonno. Queste creature si replicano all’interno di enormi baccelli che crescono finché creano copie senza sentimenti ed eliminano gli originali. Bennell prova a dare l’allarme, ma nessuno gli crede: la cittadina è diventata centro di smistamento dei baccelli e tutti gli abitanti sono ormai doppiati. Tenta la fuga insieme alla fidanzata ma durante il viaggio la donna non riesce a rimanere sveglia e si addormenta, diventando a sua volta replicante. Sconvolto, viene arrestato e portato all’ospedale presso il dottor Hill, che ascoltata la storia lo giudica pazzo; ma proprio al termine del racconto di Bennell, giunge in ospedale un ferito coinvolto in un incidente stradale, era alla guida di un autocarro pieno di strani baccelli proveniente da Santa Mira. Il dottor Hill si rende conto che Bennell ha detto la verità e telefona per dare l’allarme generale. L’epilogo pensato da Siegel originariamente non prevedeva alcuna prospettiva fiduciosa per il genere umano: avrebbe voluto infatti terminare il film con i replicanti che prendono il posto di tutti i cittadini di Santa Mira e il protagonista Kevin McCarthy che, puntando il dito verso il pubblico, esclama: «You’re next!», ma la produzione impose al regista una conclusione più ottimistica e un “cappello” introduttivo (McCarthy che racconta in ospedale la storia). Del resto, però, come ci ha spiegato una nostra cinefila che ha anche letto il libro, anche questo finisce bene.

Il film apparve come una ventata di aria fresca poiché la fantascienza che proponeva era una fantascienza insolita, ampiamente diversa del normale; non c’erano astronavi, navi spaziali, esseri mostruosi provenienti dall’iperspazio no, nulla di tutto questo, venivano mostrate forme di vita aliene, questo si, ma venivano mostrate in una maniera insolita, molto meno fantastiche del solito. Al film furono date, senza riscontro con l’opinione dell’autore (ma le opinioni sono discordanti al proposito) diverse letture politiche: fu interpretato sia come una parabola anticomunista sia antimaccartista.

Philip Kaufman ha realizzato il rifacimento del film e questo noi abbiamo discusso, ma ovviamente con continui rimandi all’originale e al libro. Un remake questa volta a colori e con diversi effetti speciali, con Donald Sutherland come protagonista e, questa volta sì, con un finale senza speranza. E con, come è stato notato, una forse maggiore attenzione alla componente horror più che a quella fantascientifica.

Alcune spore, giunte dallo spazio sulla Terra, fanno si che a San Francisco venga a generarsi una nuova specie di fiori esotici. Ma questi fiori, in realtà, sono delle spietate creature aliene che hanno lo scopo di clonare i corpi umani e distruggere gli originali. Saranno l’agente addetto alla sanità pubblica, Matthew Bennell, e la sua collega Elisabeth Driscoll, insieme a una coppia di amici e ad uno psichiatra (ma la sua figura è bella e ambigua e ne riparleremo, al gruppo ha colpito molto) a scoprire il folle piano alieno ma quando avranno capito lo scopo della minaccia sarà troppo tardi poiché le piante extra-terrestri hanno iniziato a diffondersi anche al di fuori di San Francisco.terrore-tre-protagonisto

Con un protagonista duttile come Donald Sutherland, che qui sa passare da una certa freddezza iniziale a sempre crescenti angoscia e tensione, fino all’agghiacciante finale che, se possibile, introduce ancor più pessimismo nel racconto, Philip Kaufman, regista ambizioso e non sprovvisto di talento ma non sempre capace di fornire titoli pari alle intenzioni, mette in scena un film di fantascienza di buona presa emotiva, con un paio di sequenze che non difetterebbero in un’eventuale antologia del genere, come in parecchi hanno sottolineato.

Singolare ritrovare riuniti in questa pellicola, tanti protagonisti della fantascienza, precedente e successiva, a cominciare da Leonard Nimoy (ormai leggenda di Star Trek, il dottor Spock, qui lo psichiatra), per passare a Jeff Goldblum (La Mosca) e infine la Cartwright, il cui volto terrorizzato in Alien è un’icona del cinema. Kevin Mccarthy, protagonista del film di Siegel, è il tipo che gli salta sul cofano della macchina verso l’inizio e che poi trovano morto svoltato l’angolo sulla strada. Siegel stesso lo ritroviamo tassista. E Robert Duvall che fa una comparsata nelle primissime scene vestito da prete, protagonista de L’uomo che fuggì dal futuro.

Il tema del doppio, tipico della fantascienza, ha interessato tutti. Una paura atavica. L’altro uguale a me, ma da me diverso, l’altro come infiltrato, l’altro che inganna. Il ruolo dello psichiatra che non si capisce da che parte stia, un doppio che gioca un doppio ruolo ha intrigato tutti, perché rende interessante il dilemma di chi è credibile e quanto è credibile.

C’è chi poi ha sentito molto la visione sottostante al film, ovvero quella della contrapposizione est/ovest (la mancanza di emozioni dell’altro), c’è chi al contrario non l’ha sentita per niente ma ha pensato più a una metafora sulla spersonalizzazione, una critica al consumismo o a un mondo di persone che vivono senza provare emozioni, dove si perdono i rapporti umani. Che è la via che ha preso il mondo occidentale. Considerazioni varie, che in varie gradazioni tutti hanno condiviso, all’interno poi del fatto che ognuno abbia apprezzato o meno il film. Infatti c’è chi, pur trovandolo un po’ datato, lo ha amato moltissimo, ha amato la maestria registica e tutto il sapore anni ’70 che emanava. Altri invece lo hanno trovato banale, per nulla originale in mezzo a una produzione, sia cinematografica che letteraria, fantascientifica di ben altro spessore. C’è chi lo ha trovato poco credibile e addirittura comico. C’è chi ha sottolineato la stranezza del pensare subito a un’invasione aliena come fosse la cosa più semplice e naturale del mondo. C’è chi ha trovato ben fatti gli effetti speciali, chi invece molto vecchi, considerando per esempio che Incontri ravvicinati del terzo tipo, così avanti, era dell’anno precedente.

terrore-urloMa nessuno, nessuno, è rimasto indifferente al finale agghiacciante, con l’urlo (anche quello, ironicamente definito anni 70) del protagonista. Quasi nessuno se lo aspettava, e se anche inconsciamente sì, il sopravvento dell'”altro” ha lasciato inquietudine.

 

 

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Cosa piove dal cielo? Piovono mucche!

Continua l’esplorazione dei generi cinematografici. Questa volta tocca alla commedia. Per l’incontro di ottobre del nostro cinegruppo la scelta è caduta su un piccolo film. Ma non un film piccolo e banale. Anzi. Un “piccolo grande film” che ha messo d’accordo tutti, tanto è lieve e aggraziato. C’è chi lo ha visto per la seconda volta, con lo stesso identico piacere. E sarebbe pronto a vederlo una terza. Perché si tratta di una brillante parabola sull’universale bisogno dell’altro.

cosa-piove-copCosa piove dal cielo? (titolo originale Un cuento chino) è un film argentino del 2011, diretto da Sebastian Borensztein, un regista che prima di dedicarsi al cinema (questo è il suo terzo film) è stato un prolifico produttore televisivo e scrittore. Negli anni ’90 ha creato una dozzina di serie Tv, alcune delle quali nominate per gli Emmy. Alla VI Edizione del Festival Internazionale del film di Roma la pellicola ha sbancato: ha vinto infatti il Marc’Aurelio della giuria al Miglior Film e il Premio BNL del Pubblico sempre al Miglior Film.

In Cina, una mucca cade dal cielo causando la morte di una ragazza che, in barca col fidanzato, stava prendendo da lui l’anello di fidanzamento. Questo è l’inizio, surreale, del film. Con una inquadratura rovesciata (che, come ha acutamente notato qualcuno, simboleggia proprio il cambio di emisfero) ci troviamo a Buenos Aires, nel negozio di ferramenta del burbero e introverso Roberto, un sempre fantastico Ricardo Darin. Segnato profondamente dal dramma della guerra nelle isole Falkland (ma lo scopriremo più avanti), vive chiuso nel suo universo solitario, isolato dal mondo esterno e dalle assurde richiese della sua clientela. Le sue giornate scorrono meticolosamente uguali, in una routine fatta di manie e rituali. L’unica sua passione è quella di ritagliare storie bizzarre e incredibili dai quotidiani mondiali. Unico svago, le visite di Mari, un’amica di campagna da sempre innamorata di lui, dalla quale però si tiene sempre a distanza di sicurezza.

rob-junUn giorno, viene scaraventato fuori da un taxi un giovane cinese, Jun, arrivato in Argentina in cerca dello zio, che però non si trova. Roberto è quasi costretto a tenere in casa, sotto la sua tutela, il ragazzo che parla solo cinese e non sa dove andare. Ha inizio così una strana storia di convivenza tra due personaggi antitetici in tutto, una “strana coppia” formata da un burbero argentino e un cinese sfortunato. Nella loro insolita vita in comune troveranno il modo per convivere e risolvere il problema della comunicazione, anche grazie all’aiuto di un ragazzo cinese che consegna pasti a domicilio. La convivenza forzata cambierà la vita di entrambi. E il cerchio si chiude. Jun si scopre essere il fidanzato della ragazza uccisa dalla mucca, e sull’immagine di un’altra mucca si chiude il film: quella che sta mungendo Mari, tornata in campagna dopo aver perso le speranze di poter fare breccia nel cuore di Roberto che però la va a cercare e la raggiunge, finalmente pronto a una totale condivisione. La mucca, per diversi componenti del gruppo, è quindi altamente simbolica. Da portatrice di morte a portatrice di vita. Da elemento surreale che cade dal cielo, a elemento di estrema realtà. La scelta di vita e di realtà, e di amore, che fa il protagonista Roberto.

Qualche componente del gruppo si è divertito davvero molto alla visione di questo film, ricordando quasi con le lacrime agli occhi alcune scene. Altri hanno amato la caratterizzazione dei personaggi, soprattutto, ovviamente Roberto/Ricardo Darìn e la sua lotta contro se stesso in fondo, contro il suo essere buono e altruista. Qualcuno ha notato come la fotografia accompagna lo stato d’animo del protagonista, variando di luminosità e di contrasto, dal grigiore del traffico cittadino, del passato che abita la casa di Roberto, allo slancio ottimistico di colore della scena conclusiva o dei sogni ad occhi aperti ispirati ai ritagli di giornale.

rob-jun-mucMantenendosi sempre in equilibrio tra il surreale e il realistico, il regista ha costruito un film che riesce a divertire e a fornire spunti di riflessione. Con straordinaria grazia e divertita ironia riesce a scherzare sui casi della vita, sulla realtà che supera l’immaginazione, sui destini incrociati che inattesi possono cambiare le nostre esistenze, in modo apparentemente inspiegabile.

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