L’ultima eclissi. “Qualche volta fare la carogna è la sola cosa che resta a una donna”

Esplorazione dei vari generi cinematografici: questo il proposito che i componenti del nostro gruppo hanno deciso di perseguire per la “nuova stagione di discussione cinematografica”. Settembre, si sa, è un po’ un inizio anno per tutto e per tutti, con nuovi orizzonti e obiettivi da raggiungere. E noi non siamo da meno.

ultima-eclissi-copPrimo genere esplorato: il giallo. Nell’incontro di settembre, dopo la pausa di agosto, il nostro cinegruppo si è trovato a discutere il film più votato tra quattro gialli proposti: L’ultima eclissi, una pellicola del 1995 (e i suoi anni pare che li dimostri: anche chi ha apprezzato moltissimo il film lo ha comunque trovato un po’ datato) con la regia di Taylor Hackford, il regista statunitense che ha diretto, tra gli altri, Ufficiale e gentiluomo (1982), Il sole a mezzanotte (1985), L’avvocato del diavolo (1997) e Ray (2004).

ultima-eclissi-copertina-libroAnche se il titolo italiano lo nasconde, il film è la versione cinematografica di Dolores Claiborne, un romanzo di Stephen King, uno degli autori più saccheggiati dal cinema. In questo caso non si tratta di un horror però, bensì di un raffinato thriller, diretto in modo brillante, solido e sicuro da un Hackford particolarmente ispirato. In realtà, proprio il titolo italiano e il genere cui il film appartiene sono stati argomenti di confronto e discussione, che è stata particolarmente articolata e ricca di spunti, un po’ per l’argomento e i temi trattati, che sconfinano nell’indagine psicologica, un po’ perché il film è davvero arrivato a ognuno in modo diverso, essendo piaciuto molto, molto con riserva, così così e per niente.

Ma andiamo con ordine. La trentacinquenne Selena St. George (Jennifer Jason Leigh), grintosa e ambiziosa giornalista a New York, deve tornare nel natio Maine per supportare, a malincuore, la madre, Dolores Claiborne (Kathy Bates), sospettata per l’omicidio di Vera Donovan, l’anziana e ricca signora che assisteva da anni. Tutto sembra contro di lei: le circostanze; il postino che entrando l’ha trovata con il matterello in mano china sulla defunta; il testamento a suo favore che è determinante per l’irriducibile investigatore John Mackey (Christopher Plummer), che vent’anni prima ha tentato invano di farla incriminare per la morte del marito Joe St. George. Difficile la convivenza tra la figlia dura, chiusa, sospettosa e dedita agli psicofarmaci e la madre che è invece vissuta solo per lei, come riemerge dai ricordi (l’uso dei flashback e frequente ma mai banale) col marito ubriacone che la picchiava e che molestava la giovane figlia (ma questo è un elemento su cui la regia gioca bene, tra dubbio e certezza). Dolores ricorda anche quando venne assunta dalla ricca, dispotica, altezzosa (e molto infelice) Vera, rimasta presto vedova, che l’ha voluta stabilmente in casa. Le umiliazioni, il freddo, le mani screpolate: tutto Dolores ha sopportato per risparmiare e far studiare Selena.

dolores-selenaUna madre e una figlia dunque si confrontano a colpi di uno stesso passato che si manifesta vivo e doloroso per la prima, rancoroso ed epurato dalla rimozione di un trauma per la seconda. Il film mette in scena un lacerante scandaglio interiore, mette in scena e sviluppa storie di rapporti: madre e figlia, marito e moglie, padre e figlia e governante e padrona. Il regista, attraversando passato e presente con originale fluidità, grazie a un uso di flashback senza stereotipi, in cui si variano cromaticamente i piani temporali (merito anche di una fotografia che mostra il meglio di sé nella scena dell’eclisse), tiene sempre alta la tensione e costruisce un film drammatico, quasi un melodramma.

Ecco, secondo un nostro cinefilo, e in vari modi quasi tutti si sono trovati d’accordo, il film rende molto meglio la parte drammatica che l’aspetto del giallo, per cui il film è stato giudicato bello e interessante ma poco appassionante. Non è stato sentito il pathos del thriller. Che un omicidio (o più omicidi) fossero stati consumati alla fine non era poi così rilevante (anzi, forse auspicabile, detto con un po’ di ironia). Il pathos vero era forse tutto insito nel dubbio, sciolto solo nel finale, se il padre avesse abusato o meno della figlia. La scena, quasi al termine del film, del ricordo che squarcia la mente di Selena è in qualche modo la chiave di volta, come ha notato una nostra partecipante, perché davvero fino a quel momento era il dubbio, rispetto alle molestie infami del padre, ad imperare.

 Un film di rapporti dunque. E un film di capovolgimenti, di cose che appaiono in un modo e poi si ribaltano. Per qualcuno persino troppi, di capovolgimenti. Anche se interessanti, come il personaggio della “megera” Vera che poi in realtà così megera non è, almeno nei confronti di Dolores, che quando piange con lei e le confida il suo terribile sospetto riguardo il marito e la figlia (una delle scene più belle del film, quasi per tutti) trasforma il loro rapporto in una stretta complicità. Vera (per qualcuno il miglior personaggio del film)vera-imm sosterrà Dolores e la inciterà a porre fine alla incresciosa situazione familiare, sotto il segno della frase che impronta tutto il film: “Qualche volta fare la carogna è la sola cosa che resta ad una donna”.

Le interpretazioni hanno convinto tutti. Cioè, l’ interpretazione di Kathy Bates è stata per tutti superlativa: immensa, come sempre, e qui doppiamente capace nel rendere una donna che sa incassare, subendo tensione e dolori con dignitosa disperazione ma anche una donna che reagisce, con la rabbia e la potenza che da lei ci aspettiamo. Una donna normale che nel dna non avrebbe l’omicidio, ma per amore della figlia ci arriva. Ecco, l’amore. Per una nostra cinefila questo film si potrebbe descrivere come la storia di un amore grande. L’amore di una madre per la figlia, l’ amore ritrovato della figlia per la madre, l’affetto profondo, la complicità tra Dolores e Vera.

Le altre interpretazioni invece hanno convinto in gradi diversi. Per qualcuno le prove attoriali di tutti sono la cosa migliore del film, altrimenti piatto e insignificante, senza infamia e senza lode. Con infamia invece per un’altra nostra cinefila, che ha ritenuto il film di livello molto basso. Un grande delusione dopo avere letto il libro di Stephen King. Quello delle trasposizioni cinematografiche di testi letterari potrebbe essere un capitolo a parte,da sviluppare e approfondire. Il nostro cinegruppo ci si potrebbe cimentare (altro obiettivo?).

Altre notazioni: l’uso dei flashback, come si evince anche da questo scritto che ne fa cenno più volte, è stato notato e apprezzato, anche se non ha convinto tutti nell’uso reiterato, soprattutto perché il passato non era poi così vivo e caldo come i colori che lo rappresentavano lasciavano trasparire.

E infine, qualche considerazione sul titolo. Già, i titoli italiani: altro capitolo corposo che si potrebbe aprire. Dolores Claiborne: così il libro, così il film in lingua originale. Qualche cinefilo si è proprio arrabbiato del cambiamento radicale in L’ultima eclissi, non capendone il motivo (e non capendo in generale la necessità di cambiare completamente i titoli originali). Qualcuno invece non lo ha trovato così fuorviante e ne ha colto anche un significato sia letterale che metaforico. Il clou succede durante una eclissi, che sta a significare una discesa nelle tenebre per un gesto assoluto e risolutivo, per poi tornare alla luce.

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Il canto di Paloma. Dolore, poesia, speranza

canto di paloma copIl canto di Paloma è stato l’oggetto di discussione dell’incontro di luglio del nostro cinegruppo. Un film amatissimo da un nostro componente, talmente amato che lo ha proposto alla visione di tutti per poter condividere con noi le emozioni suscitate. E il suo entusiasmo ha contagiato tutti, cosicché è stato votato, visto e… dibattuto. Con lo stesso entusiasmo da qualcuno, con qualche riserva da altri. Sicuramente, comunque, nessuno ne è rimasto immune emotivamente.

Fausta (Magaly Solier) non ha che il canto e modula col viso tristissimo le antiche melodie in lingua quechua; con esse racconta ed esprime una arcaica malinconia e noi spettatori capiamo l’insondabilità di chi è stata stuprata e di chi, nata dopo questa tragedia, sente trasmettere col latte che succhia, la perdita della propria anima. Tante furono le violenze contro le donne perpetrate negli anni ’80 durante la guerra civile, in Perù, tra militari al potere e guerriglieri ribelli. I soldati di ambo le parti si dedicarono alla crudeltà di massa contro le donne, specialmente se indie. Allora la cultura popolare parlò della “teta asustada” (seno impaurito, titolo originale del film) e di una “sofferenza” trasmessa alla prole. Tutto questo si ricava dalle prime sequenze del film di Claudia Llosa, alla sua seconda prova, vincitrice con questa pellicola dell’Orso d’Oro a Berlino 2009.

llosa immLa regista peruviana, anche sceneggiatrice e produttrice, è nipote dello scrittore Mario Vargas Llosa. Dopo aver lavorato nel settore pubblicitario, nel 2006 ha vinto il premio per la “miglior sceneggiatura originale” al Festival di L’Avana e numerosi altri premi a livello internazionale per il suo film di debutto Madeinusa (mai uscito in Italia). La teta asustada è stato selezionato per il 59° Festival di Berlino, dove ha vinto l’Orso d’oro e il premio FIPRESCI e ha poi ricevuto la candidatura ai Premi Oscar 2010 nella categoria miglior film straniero.

paloma madreNelle scene iniziali, la madre che sta per morire dice col canto alla figlia Fausta quello che lei ha ereditato e che porta la ragazza a provare un vero terrore verso gli uomini, tanto da adottare una difesa incredibile contro la violenza: la giovane tiene introdotta nella vagina una patata. Questo espediente realistico e rozzo è naturalmente un pericolo per la salute nonché un fenomeno che costringe Fausta ad espellere con ribrezzo i germogli del tubero. I fatti sono espliciti, ma nel racconto tutto è suggerito con modi discreti e molto pudore. La storia, impastata di tanti elementi, dalla superstizione alla poesia, procede per metafore e atmosfere diverse messe a confronto. La cinepresa si sposta soprattutto tra due ambienti: la casa signorile, dove la protagonista è andata a servizio per poter fare un degno funerale alla madre, e il barrio dove ritorna alla fine del lavoro e dove vive con lo zio e la famiglia. La villa padronale è ombrosa, bene ma cupamente arredata; solo la voce del pianoforte e il canto di Fausta, sollecitato dalla padrona concertista, rompono il silenzio all’interno. Fuori, nel giardino lussureggiante, si muove il giardiniere Noè, che spia la selvatichezza della ragazza e vorrebbe fare amicizia, ma lei sfugge e si mostra appena, preda com’è delle sue angosce. Ma Noè osserva, ascolta, comprende e rispetta le sue paure e riuscirà ad aprire un varco. Il ritmo di queste inquadrature è lento, alcune immagini in primo piano sono dei veri ritratti d’autore. La realtà del barrio, che sorge su una piccola altura desertica, priva di ogni vegetazione, è invece viva e vivace; è il luogo della gente umile che crede ai riti e li perpetua, in modo colorato e anche eccessivo. Sono indigeni che aderiscono alla vita con naturalezza, e vivono intensamente, e uniti, ogni cerimonia, funebre o gioiosa. Il film si snoda perciò con una scansione diversa rispetto al luogo dove il personaggio si muove e procede fino a giungere ad una attenuazione della angosce. Fausta infatti dà inizio a una presa di coscienza dell’essere viva e donna. Si libera del suo “rimedio” artigianale e riporta la salma della vecchia madre verso il mare, in un finale bellissimo e commovente, che porta a guardare avanti.

Grande entusiasmo dunque da parte di chi ha proposto e poi presentato il film, che lo ha rivisto per l’occasione restandone ancora di più stupito e coinvolto e apprezzandolo sempre e ancora di più. E questo ha portato a una considerazione generale sul cinema: vedere e rivedere un film fa davvero capire che lavoro ci sia dietro alla realizzazione di un’opera cinematografica.

Un film per alcuni disperato, angosciante e doloroso, soprattutto per una donna, che non può fare altro che immedesimarsi nel terrore di una violenza subita o direttamente o indirettamente, dall’essere feto in poi, “succhiando il latte della paura”. E in questo dolore si viene lanciati immediatamente dalla prima sequenza, con il canto della madre morente: una nostra cinefila ha sottolineato quanto sia raro trovare un film che inizi in modo così drammatico. Un sofferenza raccontata però in modo poetico, per alcuni troppo lento, per altri invece la lentezza è la cifra stilistica del film, che nello stile ha appunto il suo punto di forza, nella fotografia e nella luce, nel suo susseguirsi di bellissime immagini/quadri.

Le riserve al film si possono invece riassumere in due punti: pur apprezzando lo stile e l’anima della pellicola, c’è chi, non amando il realismo magico tipico della letteratura e cinematografia sudamericana, ha trovato grottesca e stereotipata la storia qui narrata; c’è chi ha trovato vecchio e un po’ stucchevole il dualismo povertà /ricchezza e quello che porta con sé: la felicità, il colore, l’allegria, il folklore e il chiasso della vita del barrio contro il silenzio e la pesantezza nella vita del bianco ricco e cattivo. Certo, il personaggio della pianista che dà lavoro a Fausta è un brutto personaggio, simbolo in fondo del conquistatore che ti blandisce e poi ti castiga. La pianista ha rubato la canzone a Fausta e ne ha fatto un successo strepitoso per il suo concerto, così come il conquistatore ha rubato la terra agli indigeni.

Il personaggio che media questo dualismo è il giardiniere Noè, che con il suo silenzio, la sua pacatezza, il suo lavoro sereno, è un personaggio chiave a metà tra il folklore dell’indigeno e la freddezza del ricco. Un gran bel personaggio, simbolo di vita semplice nel senso più positivo del termine e simbolo forse di felicità vera, molto più di quella rappresentata dal matrimonio tutto colore e allegria, foto e schiamazzi dei parenti di Fausta.

Un film che comunque non si dimentica. L’espediente della patata, che per qualcuno è stato sconvolgente tanto da far tornare i brividi sulla schiena al solo pensiero, per un altro nostro cinefilo è stato veramente il colpo di genio, la trovata registica forte per un film che altrimenti avrebbe potuto essere l’ennesimo film sulle dittature sudamericane.

E non si dimentica il canto della protagonista e il suo viso bellissimo e triste. Lei è bella, bella come deve essere bella una donna.

 

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Frances Ha. Inadeguatezza e resilienza

Ogni volta è una, bellissima, storia diversa, la discussione del film affrontata dal nostro cinegruppo. Ci siamo trovati a parlare di una pellicola che, lì per lì, sembrava non offrisse troppi spunti di confronto, di dialogo e di approfondimento, che in pochi hanno apprezzato davvero o perlomeno con poco coinvolgimento. Sembrava che avessimo quasi tutti poco da dire e invece poi… Una parola tira l’altra e di cose ne sono state dette. Magari non analisi approfondite né svisceramento di temi profondi, ma una bella, fresca chiacchierata, con divagazioni di vita di ogni tipo… Infatti, anche se qualcuno ha definito la pellicola in oggetto “una lieve favoletta con una storia impalpabile”, un “film cartolina” carino e gradevole ma non appassionante, c’è comunque al centro una persona, una figura di giovane donna che è potuta piacere o meno ma che ha portato alla luce sentimenti, situazioni, reazioni emotive che tutti in qualche modo conoscono. La vita, appunto.

frances ha copIl film di cui parliamo è Frances Ha (del 2012, ma uscito in Italia nel 2014), dello sceneggiatore e regista americano Noah Baumabach, che ha sempre portato avanti progetti indipendenti lontani dai canali mainstream. Oggetto d’interesse per lui è la realtà così come è, senza effetti speciali: da sempre dichiara di vedere la vita come ottimo materiale per i suoi film. Si divide tra la scrittura e la regia e negli anni è stato co-sceneggiatore insieme a Wes Anderson del Le Avventure acquatiche di Steve Zissou e Fantastic Mr Fox. Uno dei suoi lavori più riusciti è Il calamaro e la balena (2005) vincitore del premio per la regia al Sundance Film Festival e nominato agli Oscar per la migliore sceneggiatura originale.noal baum

Frances (interpretata da Greta Gerwig, anche co-sceneggiatrice del film e musa del cinema indipendente, da alcuni del gruppo definita una “attrice che non sembra una attrice”) ha ventisette anni e vive a New York, una città ritratta in un bellissimo bianco e nero. Ma non ha un vero appartamento, così come, pur essendo un’aspirante ballerina, non fa veramente parte della compagnia in cui danza. La sua migliore amica, Sophie, è per lei un’altra se stessa, ma quando questa conosce Patch e si trasferisce da lui, Frances deve imparare a badare a sè da sola. Seguiamo i movimenti di Frances da un appartamento all’altro: il film più che una storia presenta un viaggio a tappe, un’odissea scandita dai vari indirizzi delle case della protagonista, in cui ogni stazione ha i suoi personaggi e la sua aneddotica, le sue logiche e i suoi ritorni. La seguiamo mentre viene mandata via dalla compagnia e si adatta a piccoli lavoretti, mentre decide di fare un solitario, triste ed inutile weekend a Parigi… Un agire incessante e senza posa che si snoda in un percorso tormentato in cui, a tentoni, cerca di arrivare a una destinazione. Che arriverà alla fine e sarà marcata da quel nome sulla cassetta delle lettere della nuova casa, Frances Ha: il resto del cognome non ci sta e lei tranquillamente lo toglie. Un cognome spezzato, come lo è forse la sua vita, ma in allegria e consapevolezza e forse con una buona dose di sprovvedutezza che la caratterizza (senza il cognome per intero, nessuno la troverà…).

Frances Ha è un ritratto dell’inadeguatezza, con un disincanto che stempera i lati più oscuri della storia. Frances è incapace di inserirsi nei meccanismi della socialità, non riesce a collocarsi nelle sue dinamiche consolidate, ha problemi a uscire dall’età dell’innocenza, non vuole crescere, si muove assecondando i suoi sogni alla lettera (la sua permanenza nella compagnia di ballo ad ogni costo e contro ogni logica; la preferenza a convivere con l’amica piuttosto che con il proprio ragazzo, salvo poi essere in un minuto “scaricata” da lei), si muove senza seguire strade battute, senza che niente corrisponda mai alle aspettative, sempre un po’ fuori sincrono, in uno scoordinamento esistenziale che sembra insanabile. Frances in realtà sa quello che vuole, semplicemente, suo malgrado, non ce l’ha. Non ha il talento per danzare nella compagnia di ballo né il potere di impedire alla sua migliore amica di innamorarsi e di andarsene. Eppure guarda al mondo (e cioè vive) con innata gioia, senza pigrizia, supplendo da sola alle sue stesse continue goffaggini. E, alla fine, da qualche parte arriva.frances balla

Un personaggio che ad alcuni ha suscitato simpatia e tenerezza, per il suo essere naif, per la leggerezza con cui affronta il quotidiano. Una persona che naviga a vista, ma sempre padrona della nave e con un forte centro interiore. E con un grande ed altissimo senso dell’amicizia, seppur malriposto. L’amica, infatti, è stata definita il suo alter ego cattivo. Qualcun altro invece, pur trovando Frances un personaggio tenero, una simpatica svampita, lo ha trovato però anche disturbante e non molto positivo. Per alcuni un esempio della “resilienza” delle donne. Per altri un essere umano che vale quel che vale in un mondo troppo competitivo. Per alcuni una donna che alla fine si accontenta, per altri una che invece alla fine ottiene quello che vuole.

Questo piccolo gioiello, leggero, pudico e pieno di vita, anche quando fotografa il fallimento (ma qui chi scrive opera, in chiusura, un piccolo colpo di mano, perché, come si diceva, non per tutti il film è stato “così gioiello”), girato in un bel bianco e nero al neon, si rifà al modello della commedia metropolitana, in particolare quella newyorkese che ha in Woody Allen il suo cantore. E si nutre anche di cinema francese e nouvelle vague, completamente metabolizzati e introiettati e usati dal regista per un discorso che, però, è completamente suo.

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Tomboy. Lo sguardo bambino

tomboy copTomboy: maschiaccio. 80, essenziali, minuti di film, girato con un minimo di mezzi: una Canon EOS D, un budget di 500.000 euro, una troupe ridotta all’osso, venti giorni di lavorazione, cinquanta scene in due/tre ambienti: ecco l’oggetto di discussione dell’incontro di maggio del nostro cinegruppo. Un piccolo film, ma, attenzione, non un film piccolo, del 2011, scritto e diretto da Céline Sciamma, scaimma immaginesceneggiatrice e regista francese, di origine italiana. Tomboy è il suo secondo lungometraggio, (preceduto da Naissance des pieuvres –2007- e seguito da Diamante nero – 2014) ed ha ottenuto numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui il Teddy Award al Festival di Berlino e il premio come miglior film al Torino GLBT Film Festival.

Con una grazia che prescinde da analisi psicologiche, Céline Sciamma affronta i disagi di una identità sessuale ancora incerta, nell’età preadolescenziale. Laure, dieci anni, si trasferisce, durante le vacanze estive, con il padre, la madre incinta e la sorellina di sei anni. Nel nuovo ambiente, in cerca di nuovi amici, asseconda l’errore della coetanea Lisa che, che, a causa dei capelli corti e il look da “maschiaccio” , la scambia appunto per un maschietto e la (lo) introduce nel suo gruppo di amici. Laure, dunque, in questo microcosmo di bambini diventa Mikael: gioca a calcio, fa con loro il bagno nel lago (costruendosi un piccolo pene in plastilina per non destare sospetti una volta in costume) e, soprattutto, instaura una relazione speciale con Lisa, con la quale scambia qualche bacio e momenti mano nella mano.tomboy ragazze

Per un po’ tutto fila liscio, poi la sorellina scopre questo imbroglio, ma, visto il bellissimo rapporto tra loro (per qualcuno una delle cose più belle del film, tanto da dare serenità) le si fa complice e gioca con lei ad avere un “fratello maggiore” che la protegge. Ma, con l’avvicinarsi dell’inizio della scuola, i nodi vengono al pettine. La madre prende in mano la situazione (la modalità è stata uno dei principali oggetti di discussione dell’incontro), l’inganno è svelato e chiarito e… La regista in realtà, in un finale abbastanza aperto (ma anche questo è stato oggetto di discussione), lascia liberi noi di decidere se quell’estate sarà solo una parentesi nella vita della bambina oppure se ne segnerà il futuro.

Un film lieve, dotato di grazia, leggerezza e delicatezza: questi i sostantivi usati perlopiù da tutti i componenti del gruppo, anche se non è mancata una sottolineatura della tensione quasi da thriller per certe fasi del film, che smorza dunque la delicatezza, e la sensazione di ansia quasi soffocante durante tutto il tempo dell’imbroglio sulla falsa identità. Un film con una fotografia minimale ma piena di colori, soprattutto per gli esterni girati nei parchi attorno al condominio. Un film, nella sua brevità e semi leggerezza, nonché lenta delicatezza, importante, che è piaciuto a tutti i nostri cinefili, anche se, come spesso succede, a livelli diversi di entusiasmo e con sfumature a annotazioni diverse.

I punti in cui si è focalizzata la discussione sono stati sostanzialmente tre. Primo punto: Tomboy è un film sull’identità di genere o si ferma molto prima, al momento delicato dell’esplorazione nella fase preadolescenziale? E, di conseguenza, il finale non è aperto come sembra perché l’identità sessuale della bambina è in realtà chiara e definita, oppure il film ha solo messo in luce il gioco estremo che è possibile giocare nella zona franca che precede l’adolescenza? Secondo punto: il ruolo della famiglia, dei genitori di Laure nel seguire la figlia e la reazione alla scoperta del suo imbroglio. Terzo punto: l’introspezione e l’approfondimento psicologico: c’è, non c’è, avrebbe dovuto esserci, meglio che non ci sia.

Tra i componenti del gruppo è prevalsa l’idea che Tomboy sia chiaramente un film sull’identità di genere (per stessa ammissione della regista, secondo gli approfondimenti di qualcuno) e che dunque la bambina avrà chiaramente davanti a sé un futuro da donna omosessuale. Con tenerezza, acume e senza facili semplificazioni il tema (forte) viene trattato al suo nascere, con uno sguardo sempre ad altezza di bambino. A riprova di ciò una nostra cinefila ha fatto una notazione interessante, molto personale: Laure/Mikael ripone il piccolo pene di plastilina, che si è fatta per fare il bagno con gli amici, dentro la scatolina dei dentini che ha perso; dimostrazione che lo mette tra le cose più sue, profondamente sue, che però ha perso o che, almeno momentaneamente, è costretta a perdere. Secondo qualcun altro invece è tutto più sfumato, e non è così scontata la vocazione al lesbismo della bambina, che probabilmente ha in realtà la figura del padre, suo primario punto di riferimento, da emulare. E infatti per qualcuno è proprio chiaro che la regista, osservando con naturalezza il mondo dei bambini, lascia lo spettatore con domande più ampie intorno alla definizione di sessualità propria di ogni individuo, senza suggerire un’interpretazione e lasciando lo spettatore libero di scegliere. E non a caso verità, realtà, libertà, naturalezza (nel senso di libera scelta di vivere in modo naturale) sono le parole d’ordine per descrivere questo film secondo un’altra nostra partecipante al gruppo. Anche se poi un altro nostro cinefilo ha sottolineato che secondo lui tutta questa naturalezza è un po’ falsata da una visione  edulcorata di tutta la questione e che le reazioni dei genitori e dei bambini non sono poi così realistiche.

E veniamo alla famiglia di Laure. Padre e madre amorevoli ma anche non oppressivi, che accompagnano da lontano le figlie, una sorellina deliziosa affezionata e complice. Per qualcuno una famiglia decisamente “figa”, moderna (e poco italiana…). Per altri amorevole si, ma padre e madre troppo distaccati, distratti e poco presenti. Quando scoprono che la bambina sta mentendo a tutti e si sta spacciando per maschietto, la madre ha una reazione che a qualcuno è piaciuta molto, ad altri no. Prende in mano la situazione con decisione e durezza, metta la figlia di fronte alle sue responsabilità, la costringe a mettersi un vestitino e l’accompagna a rivelare a tutti la sua vera identità. Per qualcuno è stata una giusta reazione: ha fatto sentire alla bambina di avere “un grande” che l’aiutasse a risolvere la situazione, un adulto fermo e saldo, anche se molto spiccio e duro, ma non condannante comunque questa condizione di sentirsi maschio. Per altri invece è stata una reazione isterica, e persino violenta nell’imporre il vestitino, di chi non ha voluto vedere fino a quel momento, avendone avuto tutti i sentori. Per altri tutt’altro che isterica, bensì calcolata, fredda e ragionata. E qui si è poi aperto il capitolo di quanto, purtroppo, sia ancora difficile per un genitore, vedere, capire, accettare l’omosessualità (latente, presunta, evidente o meno, metabolizzata o meno) di un figlio, pur con tutte le aperture mentali teoriche.

Per quanto riguarda la profondità dell’analisi psicologica, qualcuno ne ha sofferto la mancanza, avendo come riferimento su questo tema (pur nella consapevolezza del diverso tono e registro) il film Boys don’t cry. Per altri invece il punto di vista della regista è appunto la naturalezza, leggerezza e delicatezza, al di là di ogni analisi psicologica, e meno male che è così, non essendo compito del cinema costruire trattati di neuropsichiatria infantile.

Una notazione per la riuscita scelta di casting. La piccola Zoé Héran è perfetta per il ruolo principale. Quasi tutti hanno guardato il film senza sapere di che si trattasse e tutti all’inizio non capivano se fosse un bambino o una bambina. Ma, a parte questo, è stata davvero superlativa. Grazie forse anche al fatto che la regista ha poi scelto di fare interpretare gli altri membri della banda dai veri amici della bambina: quello che dicono, il loro modo di scherzare, di parlare, è proprio quello dei bambini veri. Non degli attori bambini che siamo abituati a vedere al cinema e che recitano quello che i grandi pensano di ricordare dell’infanzia.

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Paradise now. Buon compleanno, cinegruppo, con un film bello e intenso

Per il compleanno del nostro cinegruppo (un anno di vita: tutto è iniziato nell’aprile del 2015, e tutto procede con grande piacere) non potevamo farci regalo più bello: una discussione con i fiocchi, particolarmente interessante, particolarmente sentita, particolarmente articolata. Il film che ha fatto sì che ciò accadesse (oltre, ovviamente, ai partecipanti stessi) è Paradise now, del palestinese Hany Abu-Assad, una pellicola del 2005, vincitrice del Golden Globe come miglior film straniero.

paradise now copUn film di produzione palestinese che affronta il tema degli attentati compiuti da uomini pronti a farsi esplodere, i kamikaze. Un tema da sempre scottante, che avrebbe potuto portare a discussioni incandescenti con una forte connotazione politica. Invece, benché molto intensa, la discussione si è mantenuta equilibrata e impostata sulla comprensione e l’umanità, proprio perché la scelta registica è quella di equilibrio e lucidità, di spiegazione, lontano dalla polemica politica, lontano dal voler essere un manifesto ideologico, né l’apologia di un crimine. Con la forza del cinema, racconta senza giudicare. La sospensione del giudizio è il privilegio assoluto dell’arte, qui unita alla comprensione, alla capacità di approfondimento e alla compassione.

Certo poi, qualcuno ci ha visto in realtà qualche presa di posizione e qualche giudizio, qualcuno si è comunque chiesto se in realtà tutta la comprensione umana e il volere suscitare dei dubbi (cosa sempre valida, anzi, indispensabile) non porti poi veramente a giustificare ogni cosa, ma non poteva essere altrimenti e siamo qui proprio per considerare e mettere in luce tanti aspetti a seconda delle sensibilità e delle idee di ognuno.

Khaled e Said vivono a Nablus, si conoscono fin da quando erano bambini e lavorano insieme presso un meccanico. Arriva per loro un giorno “speciale”: sono stati scelti per immolarsi come kamikaze (avevano precedentemente dato la loro disponibilità) in un attentato a Tel Aviv: dovranno farsi esplodere a un quarto d’ora di distanza l’uno dall’altro. Prima di imbottirsi di esplosivo e varcare la frontiera con destinazione Tel Aviv, trascorrono con i familiari inconsapevoli quella che dovrebbe essere l’ultima sera della loro vita. Poi c’è il rituale della preparazione e della purificazione, la registrazione di un testamento e infine il giorno fatidico: ma qualcosa va storto e dunque rimane ai due ragazzi tempo e modo di ripensamenti e riflessioni. Uno in effetti ci ripenserà, l’altro (quello che inizialmente sembrava più dubbioso) no. E in un finale che non si dimentica, un battito di ciglia, uno schermo bianco e un silenzio assordante sono più feroci degli spari e della urla che si susseguono nel corso del film.

24 ore nella testa di un kamikaze è il sottotitolo, esplicativo, del film. Potremmo dire: una macchina da presa piazzata all’interno del terrorismo palestinese, con l’effetto di mostrarci come persone in carne e ossa e sentimenti coloro che percepiamo come minacciose astrazioni. Nell’animo del Kamikaze palestinese Said, l’umiliazione della sua persona e del suo popolo lo ha portato a non considerare il dubbio e vedere la morte come unica via di uscita a una vita svuotata. La morte, dunque, come necessità morale, voglia di riscatto (è vissuto in un campo profughi con l’onta di essere il figlio di un collaborazionista). Per Khaled invece il suicidio del kamikaze è una strategia militare, dunque passibile di una revisione razionale.

Molto bello e molto intenso: cosi ha definito il film infinite volte un nostro cinefilo assolutamente entusiasta. Entusiasmo rivolto al modo in cui il regista ha saputo trattare un tema spinoso con toni delicati e umani, creando delle immagini e delle scene memorabili: quella finale, che come un lampo colpisce più della visione di sangue e violenza, quella della preparazione al martirio con la scena simbolica dell’ultima cena che ricalca il quadro di Leonardo, l’attesa in un simil-Orto degli Ulivi. Perfino l’ironia e la leggerezza vengono usate con maestria, per non appesantire ma per fare pensare.

E questo intervallare la narrazione drammatica con elementi ironici al limite del comico è la cosa che ha colpito di più un altro nostro partecipante, tanto da considerarla la vera cifra del film : tutta la fase preparatoria, la rasatura, la vestizione, le ha vissute proprio sentendone appunto una ilarità sottintesa, e un fare imbranato. Per sottolineare la volontà del regista di farci vedere una storia di vita, una storia di due come noi, non nati terroristi, ma certo condizionati dall’ambiente in cui sono nati e cresciuti. La scena quasi esilarantetestamento imm del testamento del kamikaze ripreso più volte perché la telecamera non funziona, mentre gli astanti mangiano una sorta di panino, è al limite del grottesco per il nostro cinefilo, mentre per un altro, pur cogliendone la volontà sottesa di alleggerire il dramma, è l’emblema della condizione disperata dei palestinesi.

Il punto di vista palestinese, le motivazioni di questo popolo sono colte molto bene, secondo un altro nostro partecipante e per questo il film è molto interessante. Però emerge troppo un senso di superiorità della società palestinese rispetto a quelle occidentali e viene troppo rimarcato il rigore morale e la dignità dei protagonisti, sempre a discapito degli occidentali. Viene inoltre fortemente sottolineata la forte identificazione tra individuo e popolo, che estremizzata, come in questo caso, porta all’annullamento totale dell’individuo.

Interessante il punto di vista di due nostre cinefile, che si sono incontrate nel grande apprezzamento del lato delicato, naturale e umano del film e, soprattutto, della figura, in effetti fondamentale (una sorta di ago della bilancia) di Suha, la giovane donna, cresciutashua all’estero, che ora torna nella sua terra per vederla disseminata di posti di blocco che non sono solo fisici, ma che si sono moltiplicati anche sul piano mentale. E’ con lei che Said potrebbe veder iniziare una vicenda sentimentale ed è sempre con lei che Khaled si troverà a confrontarsi in modo molto diretto sulla situazione. Lei, sostenitrice dei diritti umani, pone i quesiti: chi è il martire e chi è il carnefice? L’odio chiama solo altro odio.

Inoltre non è mancata la notazione di uno dei momenti in cui il regista presumibilmente si sbilancia in un giudizio su chi invia gli altri a conquistarsi il Paradiso: sia il braccio armato che quello colto e reclutante non sono altrettanto disponibili ad offrire le proprie vite alla causa e a volare in Paradiso.

Interessante la specularità opposta di visone di altre due nostre partecipanti: una è rimasta delusa perché si aspettava di trovarsi di fronte a un vero e proprio dramma, invece è rimasta a bocca asciutta e inappagata, in quanto non è riuscita a sentire le motivazioni profonde di questi ragazzi, non ha sentito alcun pathos. L’altra ha apprezzato proprio che non ci fosse pathos, l’ha considerata una scelta registica molto originale, che ha reso la storia semplice e diretta, incentrata sull’aspetto intimistico. Il regista ha portato al cinema una storia mai vista: due kamikaze, cioè due giovani che si improvvisano in una avventura per la quale non sono preparati. E lo ha fatto usando anche una bella fotografia e della inquadrature da ricordare: la città dall’alto, i lunghi panorami che vengono ripresi da una collinetta, il nascondersi per sentire ancora la voce della madre.

Un altro partecipante ha evidenziato quanto sia emerso bene dal film che la scelta di fare il kamikaze sia in realtà la stessa scelta che fanno tutti i giovani che decidono di andare in guerra, arruolarsi a soldato per salvare la patria – come tanti film americani insegnano – e poi – sempre come tanti film americani insegnano – quando ci si trova, che sia Vietnam o Afghanistan o altro, e quale che sia la modalità di combattimento, lo stesso soldato pensa “come mai e perché mi trovo qui?” e tutti i dubbi conseguenti. Aggiungendo, poi, che la scelta registica (attenzione, registica, e non morale, stiamo comunque parlando di cinema) di far portare a compimento la missione proprio a colui che inizialmente aveva più dubbi, è molto efficace e azzeccata.

Il cinema che suscita pensieri.

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Prima della pioggia. Il cerchio non è rotondo

before the rain cop“Il cerchio non si chiude, il tempo non è finito”. La frase, un vero teorema paradossale si potrebbe dire, ricorre per tutto il film oggetto di discussione dell’incontro di marzo del nostro cinegruppo. E la dice tutta sulla non linearità della pellicola e gli interrogativi che ha suscitato. Prima della pioggia è risultato un film bellissimo, davvero bellissimo, indimenticabile, per alcuni; incomprensibile, sotto diversi aspetti, e non degno di nota, per altri. Certamente un film non facile, né banale. Un film su cui incaponirsi per capire tutto, far quadrare tutto, o meglio per chiudere il cerchio (per allinearsi alla metafora del film), o di cui cogliere solo le suggestioni senza addentrarsi in particolarismi.

micho manBefore the rain. Prima della pioggia è un film del 1994 scritto e diretto da Milcho Manchevski, regista macedone che è vissuto molto negli Stati Uniti. La pellicola si è imposta alla Mostra del cinema di Venezia tanto da vincere il Leone d’oro. Ha inoltre ottenuto la nomination all’Oscar nella categoria Miglior film straniero.

Non è facile riassumere a parole il film, che è suddiviso in tre episodi. Il primo si intitola Voci ed è ambientato in Macedonia. Il giovane monaco Kiril vive in un convento dove si rifugia una ragazza albanese che ha ucciso un macedone. Innamoratosi di lei senza scambiarsi una parola, decide di lasciare il monastero per portarla in salvo. Non ci riuscirà: la ragazza viene uccisa dai propri familiari. Il secondo episodio si intitola Volti ed è pdp amoriambientato a Londra dove vive Aleksandar, un fotografo di origine macedone di successo, fresco vincitore del premio Pulitzer. E’ innamorato di una photoeditor, sposata e in crisi matrimoniale, di cui è l’amante. Tornato da poco dalla ex Jugoslavia per un servizio fotografico sulla guerra, è dilaniato dalla nostalgia della sua terra e da un senso di non appartenenza. Decide così di tornare definitivamente. Il terzo episodio, intitolato Immagini, vede Aleksandar tornato nel suo villaggio d’origine, dove scopre una realtà amara, un conflitto etnico tra albanesi e macedoni, una realtà in cui l’orgoglio di razza sprofonda i rapporti tra le persone più intime. Vorrebbe rivedere la donna di cui è stato innamorato anni e anni prima, ma lei è un’albanese e ha una figlia che è la ragazza che all’inizio abbiamo visto rifugiarsi in convento (e forse è la figlia del fotoreporter stesso). Aleksandar cerca di salvarla dall’odio dei macedoni suoi parenti, ma viene ucciso (anche lui, dunque, per mano dei suoi familiari) mentre la ragazza scappa verso il convento dove troverà il monaco Kiril.

Nel tempo che precede la pioggia (ma la pioggia è la guerra o la pioggia è una benedizione purificatrice? Questo è uno dei dilemmi su cui tutti i componenti del gruppo si sono interrogati), tempo sospeso e gravido di conseguenze, i vari destini si incrociano, in una struttura circolare con numerosi rimandi interni. Il tutto nasce e muore nei pressi di un monastero macedone, prima della pioggia. Il film finisce dove inizia. Il secondo e il terzo episodio si collocano cronologicamente prima di Voci, il primo.
Ma la storia non è destinata ineluttabilmente a ripetersi e alla fine la ragazza potrebbe salvarsi. Sta a noi evitare il diluvio prima della pioggia, rompere il cerchio dell’odio e del fanatismo. Secondo il messaggio di speranza, che il regista ha dichiarato esserci, l’amore impedisce al cerchio di chiudersi, imprime una nuova traiettoria al cammino già battuto. Il cerchio non è rotondo.

Ma quasi tutti questo messaggio di speranza non lo hanno colto. E hanno visto solo il pessimismo di una guerra fratricida. Il cerchio non si chiude perché “non la si sfanga”. Così come, pur avendo compreso la struttura circolare del film, per tutti alcune cose non sono chiare e non tornano. E non tornano non per un errore del regista, anzi per una volontà del regista che vuole dimostrare che le cose non tornano proprio, in quel paese dilaniato dalla violenza, in cui il male si è insinuato in profondità. Solo qualcuno a livello inconscio ha colto nella corsa finale della ragazza verso il monastero una corsa verso una nuova libertà, ha colto un respiro diverso.

C’è stato chi ha voluto tentare di spiegare e ricollegare tutti i pezzi del puzzle, visto che all’interno della struttura circolare ci sono dei rimandi, ci sono sfasature cronologiche anche all’interno di ogni episodio, soprattutto nel secondo ambientato a Londra. C’è chi invece ha sostenuto, e alla fine è stata la tesi della maggioranza, che non bisogna cedere alla tentazione di leggere il dettaglio: il film va visto come un quadro di Escher, da contemplare da lontano, mentre da vicino sono evidenti i paradossi e le cose inconcluse. E proprio suggestive, emozionanti come un quadro, o un’opera d’arte preziosa, sono state trovate alcune scene, alcune immagini, lette e sentite come pura poesia.

Del resto, ha aggiunto un altro nostro partecipante, il film è l’emblema perfetto del non senso che ha avuto la guerra nella ex Jugoslavia. Una guerra rovinosa, sanguinosa e fratricida che fino a poco prima che scoppiasse nessuno era convinto che scoppiasse veramente, tale era ormai assorbito e digerito il miscuglio etnico e religioso. La guerra del non senso, dell’assurdità di mariti che entrano in guerra contro le mogli, e viceversa. Una dinamica incredibile, paradossale.

Qualcuno si è soffermato sulle scelte tecniche, non apprezzandole. Milcho Manchevski è un regista formatosi nel cinema pubblicitario statunitense e ha girato molti videoclip. Qualcosa di questa formazione si coglie nell’uso del montaggio rapido, a tratti brusco, nella vasta gamma delle inquadrature che propone, nello stile scattante ed energico. Che però non ha appunto convinto una nostra cinefila, che ha vissuto queste scelte stilistiche con ansia e con il disturbo di vedere compromessa la visione d’insieme, lasciando solo una sensazione di irrisolutezza.

Un altro nostro partecipante al gruppo ha tentato di dare una spiegazione sia dal punto di vista umano che da quello politico al film, alle intenzioni del regista che appunto con questo film prende delle posizioni sulla guerra. Ma non ha trovato chiarezza in queste intenzioni, se non vaghe e addirittura contraddittorie. Gli è sembrato che il messaggio fosse che la soluzione stesse solo nella cura dei rapporti interpersonali e umani, ma poi quando due protagonisti del film, il novizio e il fotografo, prendono una posizione precisa in questo senso e fanno scelte forti d’amore, non sortiscono risultati.

Il tempo non muore. Il cerchio non è rotondo. Una frase magica come un arcano. Come la magia del cinema, che ci porta a discussioni circolari e a voler ogni volta iniziare da capo.

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I segreti di Osage County. La famiglia che corrode

osaGE COPNon era programmato, ma proprio nei giorni in cui, a livello nazionale, è in primo piano il tema “caldo” della famiglia, il nostro cinegruppo si è riunito per discutere un film in cui una famiglia, e che famiglia, è al centro assoluto della scena. E non si parla di scena a caso, in quanto il film, del 2013, in oggetto è August: Osage Conty, uscito in Italia col titolo I segreti di Osage County, ed è tratto da un’opera teatrale di Tracy Letts (dal titolo Agosto, foto di famiglia) per la quale, il drammaturgo, vinse nel 2008 il Premio Pulitzer, curando poi personalmente la sceneggiatura del film del regista John Wells.

Nella contea di Osage, Oklahoma, la famiglia Weston si riunisce per il funerale del patriarca, il poeta alcolizzato Beverly (Sam Shepard), annegato in mare verosimilmente per suicidio. I componenti principali sono tutti di sesso femminile: la “terribile” vedova Violet (Meryl Streep), malata di cancro alla bocca e assuefatta agli psicofarmaci, del tutto incapace di controllare le proprie reazioni; la figlia maggiore, Barbara (Julia Roberts), non meno – anche se diversamente – risentita della madre; le altre figlie, Karen (Juliette Lewis) e Ivy (Julianne Nicholson). Barbara è accompagnata dal marito Bill (Ewan McGregor), con il quale è in rotta di collisione, e da Jean, figlia quattordicenne ribelle e antagonista. Karen porta con sé un presunto fidanzato in Ferrari rossa ben poco affidabile, Steve (Dermot Mulroney), che cercherà di sedurre la minorenne con offerte di marijuana. Quanto a Ivy, ama in segreto il cugino Charles jr. (Benedict Cumberbatch), figlio della sorella di Violet, Mattie Fae (Margo Martindale), e di suo marito Charlie (Chris Cooper).

OSAGE CASTIl cast va elencato perché è stellare e fondamentale. Perché I segreti di Osage County è basato molto sui suoi interpreti. L’intreccio di famiglia disfunzionale è quello della tradizione del vecchio melodramma familiare americano, tra le atmosfere accaldate alla Tennessee Williams e i giochi-al-massacro di Edward Albee. Letts si è raccomandato di introdurre nella pellicola i paesaggi (possibilità negata al teatro), secondo lui fondamentali alla comprensione della storia. E il regista John Wells lo ha fatto scrupolosamente, deciso a trasmetterci quel senso incombente di soffocante estate calda. Missione compiuta, visto che una nostra cinefila ha proprio sottolineato con forza il ruolo principale del paesaggio, quella terra arida, ingrata (e rubata) che non fa che acutizzare tutte le tensioni.

E tuttavia il nerbo drammaturgico sono le scene d’interni (soprattutto quella del pranzo), dove si sviluppano le dinamiche tra i vari personaggi, le tensioni acute, le cattiverie, e vengono fuori rivelazioni sepolte sotto la sabbia, come la vera paternità di uno dei personaggi o l’inevitabile divorzio di Barbara e Bill. Gli attori fanno un ottimo gioco di squadra, ogni “carattere”, infatti, ha il suo momento di gloria, anche se inevitabilmente svettano Meryl Streep e Julia Roberts, titolari delle parti di maggiore rilievo in questo psicodramma collettivo che è il film. osage juliamerylLa prima ha avuto l’ennesima nomination come “migliore attrice protagonista”, mentre alla Roberts è toccata quella come “migliore attrice non-protagonista”, anche se in realtà la distinzione è molto labile.

Il film è piaciuto. Ma, come spesso succede (e grazie al cielo) con diverse gradazioni di entusiasmo e con diversi punti di vista, che ne esaltano qualche aspetto e ne apprezzano meno qualche altro. Certamente la discussione è stata molto accorata e coinvolgente: ma era inevitabile, affrontando un tema come quello della famiglia che ha portato qualcuno a mettersi molto in gioco, a rivivere proprie esperienze o vedere certe situazioni alla luce delle proprie esperienze. Sono sempre, questi di rivelazione del sé, bei momenti, intensi, interessanti, coinvolgenti. Tanto sentiti da dare un senso più profondo al tutto.

L’imponente figura di Violet (Meryl Streep) ha catturato l’attenzione e avuto un commento da tutti: una figura di donna cattiva, traumatizzata dalla vita certamente, ma poi lucidamente precisa nel traumatizzare gli altri, le figlie soprattutto, con le sue spietate verità dette appositamente per ferire. Una donna corrosiva, come è stata giustamente, e molto incisivamente definita da una nostra partecipante, che per questo è stata invasa da una sensazione di sfinimento nel guardare il film, del quale, pur apprezzato, non vedeva l’ora che arrivasse la fine per porre fine a tutto quel male scatenato.

E la fine è arrivata, forse terribile, ma apprezzata da tutti. La Madre infatti rimane sola, abbandonata dalle figlie, con la sola compagnia della cameriera/badante nativa americana, peraltro sempre disprezzata prima. Un finale conciliatorio, con le figlie al capezzale della madre sotto il segno del perdono, non avrebbe convinto nessuno. Qualcuno ha chiosato: dai genitori bisogna avere il coraggio di “divorziare”. Queste figlie lo hanno fatto persino troppo tardi. Meglio divorziare da giovani. Tra l’altro, il legame di sangue a volte conta poco. OSAGE PADRE FIGLIOL’unico vero legame bello, di affetto puro e sincero, nel film, è quello tra un padre e un figlio che, si scoprirà, non sono padre e figlio…

Qualche considerazione finale sull’anima teatrale del film. Il teatro al cinema è sempre un rischio, una sfida. Che a volte qualche regista riesce a vincere, a volte proprio no, a volte rimane un po’ in bilico. Il rischio è l’eccesso di costruzione che dà pesantezza e senso di “finto”. Se infatti la finzione teatrale è quasi dichiarata, quella filmica meno. E, per esempio, certi dialoghi che a teatro accettiamo pur nella loro artificiosità, in un film risultano improbabili. Alzi la mano chi, durante una accesa discussione con il/la proprio/a compagno/a, riesce a dire: ”saresti credibile, se avessi un minimo di credibilità”.

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